Insubria

Felice Cavallotti, il “bardo della democrazia”

Gocce di storia

Le vie di Como

di Selika Magatti

Viale Cavallotti: inizia all’incrocio con viale Rosselli e termina in piazza Cacciatori delle Alpi. È un bel viale, specialmente in primavera quando fioriscono i pruni e la vista spazia sino ai giardini pubblici a lago. A metà strada, in un palazzo dei primi del Novecento, nell’edificio a U vi è l’Università degli Studi dell’Insubria e nell’edificio triangolare la sede dell’Associazione Culturale Giosuè Carducci, dove si svolgono svariati corsi, conferenze, concerti e spettacoli.

Viale Cavallotti

Felice Carlo Emanuele Cavallotti, figlio di Francesco, originario di Venezia, e della milanese Vittoria Gaudi, nasce a Milano il 6 ottobre 1842.

Vita privata. Cavallotti riconobbe e crebbe i due figli nati da unioni fuori dal matrimonio: Maria, detta Mariuccia, dalla relazione con un’attrice ungherese e Giuseppe, detto Peppino, (così chiamato in ricordo del fratello, morto durante la guerra franco-prussiana), da Assunta Mezzanotte.

Politico e giornalista. Nel 1873 è deputato radicale, viene rieletto per dieci legislature consecutive. Fu soprannominato il “bardo della democrazia” per gli arguti discorsi in Parlamento e la tagliente oratoria contro le minacce dei diritti di libertà. Nel 1872 con Agostino Bertani fonda l’Estrema Sinistra Storica il cui programma ipotizza la separazione tra Stato e Chiesa e la nascita di un federalismo di carattere europeo.
Nel 1884 difese il collega Luigi Castellazzi, accusato da Giuseppe Finzi di essere il responsabile dei Martiri di Belfiore (così chiamati dal nome della villetta di Mantova dove furono impiccati undici patrioti su ordine del governatore generale del Lombardo-Veneto, il feldmaresciallo Josef Radetzky).
Si dedicò anche al giornalismo con mordaci articoli contro gli scandali e il mal costume, attaccando il governo di destra e la monarchia, tutto ciò gli procurò numerose denunce  e processi. Nel 1894 scrisse “Lettera agli onesti di tutti i partiti” divenuta celebre per il suo motto “Come si dimentica presto l’Italia! Quest’oblio è il grande aiutatore dei disonesti”.

Patriota. Giovanissimo simpatizza per Cavour, in seguito diviene mazziniano e seguace di Cattaneo e Pisacane, (l’eroe della Spigolatrice di Sapri, scritta dal poeta Luigi Mercatini, autore anche dell’inno di Garibaldi). Nel 1860, a diciotto anni si unisce alla Spedizione dei Mille e con Garibaldi combatte a Milazzo. Nel 1866 è con lo stesso Garibaldi in Trentino. Nel 1867 è nel Lazio con i garibaldini e partecipa alla battaglia di Mentana contro le truppe franco-pontificie, che ebbero la meglio.

Poeta e drammaturgo. Si cimentò anche nell’attività letteraria: nel 1867 scrive l’ode sarcastica “Le auguste nozze” contro Giovanni Prati, il poeta monarchico, che celebrava il matrimonio di Umberto I con Margherita di Savoia. Nel 1869, alla nascita di Vittorio Emanuele III, compone “Il parto e l’amnistia”. È arrestato per vilipendio al Capo dello Stato, ma viene subito rilasciato. Suoi sono anche alcuni drammi teatrali tra i quali ricordiamo “I pezzenti”, “Alcibiade” e “Il povero Piero”. Nell’anno della morte (1898) fu pubblicata una sua raccolta di poesie “Il libro dei versi”.

Il duello. Di carattere passionale e abile schermitore, prese parte a ben trentatre duelli, senza mai uccidere nessuno. Ma, quello con il conte Ferruccio Macola, molto più giovane di lui, direttore della Gazzetta di Venezia, accusato da Cavallotti d’essere un mentitore per aver pubblicato sulle pagine del suo giornale la falsa notizia di una querela a lui riguardante, gli fu fatale. Cavallotti propose un duello con la sciabola affilata, come si usava anticamente; i suoi padrini furono Camillo Tassi e Achille Bazzoni. La sfida si svolse a Roma, a Porta Maggiore.
Cavallotti subì gravi ferite alla carotide, perse subito conoscenza e morì soffocato dal sangue, alle ore 15.30 del 6 marzo 1898. Aveva cinquantasei anni.

Il poeta Lorenzo Stecchetto gli dedicò i seguenti versi:
Nel mortal duello/ non fu tua la vittoria
Con un colpo di spada o di coltello/non si uccide la storia.

Giosuè Carducci al funerale lo definì “L’ultimo dei romantici”.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Il Carnet di GD

  • Manet e la Parigi moderna
    Milano, Palazzo Reale, fino al 2 luglio.

    J. J. Winckelmann (1717-1768). I “Monumenti antichi inediti”. Storia di un’opera illustrata

    Max museo -Chiasso
    05.02.2017—07.05.2017

  • Patrocinio