Leggiamo insieme

Chi legge ha bisogno di situazioni e parole nuove, oppure, vuole fare tesoro dell’esperienza e ritrovare vecchi percorsi e “rileggerli”. Farlo insieme è un modo per condividere le emozioni. Ci farebbe piacere ricevere da voi idee e suggerimenti.

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Lev Tolstoj. “La verità finisce sempre per essere scoperta”. Seconda parte

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Ormai tutti i suoi capelli erano bianchi come la neve. Portava una lunga barba grigia. Tutta la sua allegria era scomparsa. Camminava curvo, lentamente, senza fare rumore, parlava poco; non rideva mai, molto spesso pregava Dio.

Acsionov aveva imparato in prigione a fabbricare scarpe. Ciò gli rendeva un po’ di denaro. Si comprò la Vita dei Santi. Quando c’era abbastanza luce, leggeva nel suo libro. Frequentava la cappella tutte le feste. Era lui che leggeva l’Epistola e cantava alla messa: aveva conservato una bella voce. L’amministrazione apprezzava il suo buon carattere. I suoi compagni di reclusione lo chiamavano nonno o dicevano che egli era un sant’uomo. Se c’era da presentare una richiesta, sempre ne era incaricato Acsionov, e se sorgeva una disputa fra i detenuti, veniva sottoposta al suo giudizio.
Acsionov non riceveva mai lettere da casa sua. Sua moglie e i suoi figli vivevano ancora? Egli non ne sapeva nulla.

Un giorno un convoglio di forzati arrivò alla prigione. La sera dell’arrivo, tutti gli anziani circondarono i nuovi venuti e si posero ad interrogarli.
«E tu donde vieni? Di che città sei, di che villaggio sei? Che hai fatto per trovarti qui?»
Acsionov era presente. A testa bassa ascoltava le domande e le risposte. Uno dei nuovi venuti era un uomo di alta statura ancora arzillo nonostante i suoi sessant’anni e la sua barba grigia. «A dire il vero, amici miei, non ho fatto un bel niente. Avevo staccato un cavallo che trottava dietro a un carro. Il suo padrone l’aveva attaccato così per ricondurlo a casa. Fui colto sul fatto e accusato d’aver voluto rubare la bestia. Che io l’abbia staccata, questo è vero”, disse, «ma non volevo rubare, volevo soltanto tornare più in fretta a casa. Del resto il proprietario del cavallo è un mio amico. Che bella storia. Tu hai rubato, ecco! Che io avessi rubato è possibile. Ma cosa? Dove? Quando? Chi lo sapeva? Affari seri, sì, ve n’erano stati, e io avrei dovuto essere qui da molto tempo. Ma non erano stati abbastanza furbi per pescarmi. E questa volta ci sono: ebbene non è giusto! Sicuro, ci sono, in prigione: ma non datevi pensiero, non mi vedrete per molto tempo.»
Uno dei forzati chiese: «Di che paese sei?»
«Di Vladimir, e mi chiamo Macario.»
Acsionov alzò la testa: «Hai mai sentito parlare degli Acsionov, i mercanti di quella città? Vivono essi ancora?»
«Se ne ho udito parlare! Il padre di costoro è un forzato, ma ciò non impedisce che essi siano ricchi. Il loro padre deve essere un tipo come te. La madre è morta. E tu vecchio per cosa sei qui?»
Ad Acsionov non piaceva raccontare le sue sventure. Sospirò e disse: «Perché? Per le mie colpe, senza dubbio, è da ventisei anni.»
Macario insistette: «Colpe? Quali colpe?»
«Certo esse valevano questo castigo!»
Acsionov non volle dire nulla di più. Ma i suoi compagni raccontarono al nuovo venuto come egli fosse giunto tra loro. Qualcuno aveva ucciso un mercante che si recava alla fiera e aveva messo nel suo sacco il coltello, senza che egli se ne avvedesse. Era stato ingiustamente condannato.
Macario si battè le cosce con ambe le mani guardando Acsionov: «Che strana storia, certo che non sei mica ringiovanito, caro mio.»
Gli altri lo opprimevano di domande: perché tutto questo interessamento? Dove dunque aveva visto Acsionov?
Macario non rispondeva. Disse solamente: «Il mondo è davvero piccolo, ragazzi! Si finisce sempre per ritrovarsi!»
Acsionov si domandava se Macario non conoscesse l’assassino.
«Macario, avresti tu una volta udito parlare di questo affare? Mi avresti già visto?»
«Come no? Si parla di tutto, tutto si sa. Ma son cose vecchie e quello che ho udito raccontare, l’ho dimenticato.»
«Forse ti hanno detto chi era l’assassino?»
Macario rispose ridendo: «L’assassino? Ma è colui che aveva il coltello nel sacco. Supponiamo che vi sia stato messo. Ebbene? Né visto, né conosciuto. Come lo si sarebbe potuto fare senza che egli se ne accorgesse? Il tuo sacco era al capezzale del letto, non è vero? Allora tu avresti sentito se qualcuno l’avesse aperto.»

Acsionov si convinse che era stato quell’uomo a uccidere il mercante. Si alzò e si allontanò. Quella notte non poté dormire. Un’angoscia terribile lo opprimeva. Vedeva passare davanti a sé molti fatti e persone del passato. Ecco sua moglie: ella gli diceva addio. Egli sta per partire per la fiera. Essa è lì; viva davanti a lui. Vede il suo viso, i suoi occhi, la ode parlare, ode il suo riso. Poi ecco i figli, quali erano allora, bambini, il maggiore in un mantello, l’altro nelle braccia della madre. Vede se stesso: è giovane, è allegro. Seduto sulla terrazza dell’albergo dove sarà arrestato, suona la chitarra. Ah! Quanto era felice! Vede il luogo del castigo, l’aguzzino, la folla che circonda i forzati pronti a partire: si vede in ferri, in catene; ricorda ventisei anni di sofferenze: pensa ai suoi anni di vecchiaia; la sua angoscia cresce: «Ah, se potessi morire!» «E tutto ciò a causa di quel miserabile!»
E Acsionov fu preso da tale collera che si sentì pronto a sacrificare tutto. Anche la vita, alla sete di vendetta. Pregò tutto il resto della notte ma senza ritrovare la calma. L’indomani evitò di incontrare Macario: evitò perfino di guardarlo. Così passarono quindici giorni. Acsionov non poteva dormire.
Una notte che si era alzato e passeggiava nella prigione udì un lieve rumore: sotto un letto sentiva rimuovere la terra. Si fermò a vedere quello che succedeva. Ed ecco, ad un tratto, Macario, con gli occhi spaventati davanti a lui. Acsionov avrebbe voluto passar oltre senza fermarsi. Ma Macario lo afferrò per un braccio e gli spiegò che scavava un foro sotto il muro e ogni giorno portava via i residui che nascondeva nelle scarpe e di cui si sbarazzava quando usciva per il lavoro. Soggiunse «Non dire una parola, vecchio mio, uscirai di qui con me. Ma se tu chiaccheri, io passerò sotto le verghe: quanto a te, ti ammazzerò.»
Vedendo colui che aveva distrutto la sua vita, Acsionov tremò di collera. Liberò il suo braccio e disse: «Uscire di qui? Fuggire? E perché? Quanto all’ammazzarmi  una seconda volta ti sfido a farlo: lo hai già fatto da molto tempo. Se ti devo denunciare o no: lo vedrò. Secondo quello che Dio mi metterà nel cuore.»

L’indomani i soldati che conducevano i forzati al lavoro sorpreso Macario nel momento in cui vuotava le scarpe. Si fece una ispezione nella prigione e si trovò il foro. Il direttore si recò sul posto e l’inchiesta cominciò. Chi era il colpevole? Ciascuno negava. Ma nessuno tradì Macario, perché tutti sapevano che, in un caso come quello, il castigo erano le verghe, e da tale castigo si usciva più morti che vivi. Allora il direttore si volse ad Acsionov di cui conosceva l’onesta e gli disse: «Andiamo, vecchio, chi ha fatto questo foro? Ti conosco, tu non menti. Dimmi la verità come se parlassi davanti a Dio.»
Macario era in piedi davanti al direttore, non distoglieva gli occhi da lui. Si sarebbe detto che tutto ciò non lo riguardasse. Non ebbe uno sguardo per Acsionov. Le mani e le labbra di Acsionov tremavano. Per un certo tempo, non poté parlare. Si diceva «Tacere? È salvarlo! E perché perdonare colui che m’ha perduto? Paghi per quello che ho sofferto! Denunziarlo? Naturalmente lo fustigheranno, e duramente. E poi, se l’assassino non è lui, se io m’inganno? Sarò più felice perché egli sarà punito?»
Il direttore ripeté la domanda: «Suvvia, vecchio, di’ la verità: chi ha fatto questo foro?»
Acsionov rispose, guardando Macario: «Non ho visto nulla e non so nulla.»
La notte seguente, Acsionov stava per addormentarsi quando udì avvicinarsi qualcuno. Sentì che un uomo si sedeva ai piedi del letto.
Benché fosse buio, riconobbe Macario.
«Che vuoi ancora da me? Che fai là?» Gli chiese.
Macario non rispose. Acsionov si pose a sedere sul letto. «Che vuoi da me? Vattene, o chiamo la guardia.»
Macario si chinò su di lui, e quando fu proprio vicino al suo orecchio disse: «Ivan, perdonami».
«Perdonarti? Perché?»
«Io sono l’assassino del mercante, io ho messo il coltello nel tuo sacco. Volevo uccidere anche te, come l’altro. Ma sentii dei rumori. Ficcai il coltello nel sacco e uscii dalla finestra.»
Acsionov restava muto. Non trovava nulla da dire. Macario si allontanò dal letto e, inginocchiandosi, toccando la terra con la fronte, ripetè: «Ivan, perdonami, perdonami per l’amor di Dio! Dichiarerò che sono stato io ad uccidere il mercante, e tu sarai graziato. Tornerai a casa.»
Allora Acsionov gli disse: «Tutto questo è facile a dirsi! Ma quali saranno le mie sofferenze! Dove andrò? Mia moglie è morta. I miei figli mi hanno dimenticato: dove potrei andare? In nessun luogo…»
Macario, sempre inginocchiato, picchiava la fronte a terra. «Ivan, perdona! Sotto le verghe, ho sofferto meno che ora davanti a te. perdonami in nome di Cristo! Perdona al miserabile che io sono!»
Scoppiò in singhiozzi. Udendolo piangere, Acsionov pianse a sua volta: «Spetta a Dio perdonarti. Io sono forse più cattivo di te. Forse cento volte peggiore.»
Detto questo Acsionov sentì diminuire in gran parte la sua angoscia.
Non abbandonò più la prigione. Non pensava più al paese. Pensava solo ad una cosa, alla sua ultima ora.
Macario non diede ascolto ad Acsionov: confessò di essere stato lui l’assassino. Ma quando giunse l’ordine di liberare Acsionov e di rimandarlo a casa sua, egli era morto. FINE

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Tolstoj. “La verità finisce sempre per essere scoperta”

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Iniziamo il nostro percorso di lettura proponendovi la prima parte di un racconto di Lev Tolstoj  tratto da “I quattro libri di lettura”. 

C’era nella città di Vladimir un giovane mercante, un tale Acsionov, che possedeva due negozi e una casa in città. Era un bel giovane dai capelli biondi e ricciuti. Cantava bene e non chiedeva altro che divertirsi. Gran bevitore nella sua gioventù, irritabile e turbolento se aveva alzato il gomito, aveva cessato di bere quando s’era ammogliato. Qualche volta gli capitava ancora di ricadere nel suo antico vizio.
Ora, ecco che un giorno d’estate il giovane mercante si dispose a partire per la fiera. Stava salutando la sua famiglia quando sua moglie gli disse: «Ivan, non andarci stavolta! Stanotte ti ho visto in sogno».
Ivan interruppe ridendo: «Ti capisco; hai paura che mi diverta un po’ troppo, laggiù».
«Non saprei dire», essa rispose, «di che abbia paura. Nel sogno uscivi dalla città, ti toglievi il cappello ed io vedevo la tua testa, era tutta grigia, come d’argento. È un cattivo presagio».
Ivan rise: «Presagio di guadagno». disse, «gli affari saranno buoni. Vi porterò dei regali, vedrete».
E detto questo partì.

Aveva già fatto metà del cammino quando raggiunse un mercante che conosceva. Decisero di passare la notte all’albergo. Quando ebbero mangiato e ben bevuto si coricarono in due camere vicine. Acsionov non era un gran dormiglione. Si destò prima dell’alba. Volle approfittare della frescura per fare una passeggiata. Svegliò il cocchiere che lo aveva condotto fin là e gli ordinò di attaccare il cavallo. Andò dal padrone, regolò il suo conto e partì. Fece quaranta chilometri e si fermò in un’osteria che fungeva da posteggio, per dar da mangiare al cavallo e riposarsi.
Venuta l’ora del pranzo, sedette sotto la pergola e diede ordine di servire. Mentre aspettava il pranzo, prese la sua chitarra e si mise a suonare.
Ad un tratto udì un rumore di sonagli. Evidentemente si trattava di un funzionario in viaggio.
La vettura, tirata da tre cavalli, entra nel cortile. Ne discende in fretta un personaggio accompagnato da due soldati.
Egli si avvicina e domanda: «Chi sei? Donde vieni?»
Acsionov glielo dice e poi aggiunge: «Ed ora volete prendere un tè con me?»
Ma il funzionario non smette di interrogarlo: «Dove hai passato la notte scorsa? Eri solo o con un mercante? L’hai visto stamane? Perché sei partito così di buon’ora?»

Perché gli rivolgeva tutte queste domande? Acsionov non comprendeva. Disse la semplice verità e soggiunse: «Perché questo interrogatorio? Io non sono né un ladro, né un assassino. Viaggio per i miei affari. Allora perché queste domande?»
Il funzionario chiamò i soldati.
«Appartengo alla polizia», disse, «e se t’interrogo è perché questa notte il mercante tuo vicino di camera è stato ucciso. Dov’è il tuo bagaglio? Voialtri perquisitelo, dunque!»
Tutti entrarono nella camera dov’era la valigia e il sacco di Acsionov. Aperti i bagagli, si frugò dappertutto. Ad un tratto, l’ufficiale di polizia trasse dal sacco un coltello.
«Di chi è questo coltello? Guarda!»
Acsionov si avvicinò: il coltello tratto dal suo sacco era insanguinato. Si sentì tremare.
«E questo sangue come lo spieghi?»
Acsionov avrebbe voluto rispondere… Ma riuscì soltanto a balbettare:«Io… io non so… questo coltello… io… non è mio».

«Stamane» disse l’ufficiale, «il mercante fu trovato sul letto con la gola tagliata! Nessuno all’infuori di te poteva fare quel colpo. La porta dell’albergo era chiusa dall’interno. Tu dormivi nella camera accanto. Ed ora ti trovo un coltello macchiato di sangue nel tuo sacco; e poi basta guardarti. «Suvvia parla: come l’hai ucciso? Quanto denaro hai rubato?»
Acsionov giurò che non era stato lui, che non aveva visto il mercante dopo che avevano mangiato e bevuto insieme, che gli ottomila rubli trovatigli addosso era i suoi e che invece il coltello non era suo. Ma la voce gli mancò, la sua faccia impallidì, tremava in tutto il corpo come se fosse veramente colpevole.

L’ufficiale ordinò che fosse legato e condotto alla vettura. Vi fu gettato dentro come fosse un sacco, coi ferri ai piedi. Acsionov fece il segno della croce e pianse.
Fu tolto ad Acsionov tutto quanto possedeva: il denaro, i bagagli. Fu condotto  nella città e messo in prigione. Si fece un’inchiesta a Vladimir, sua città natale. Le testimonianze furono unanimi. Tutti erano d’accordo, sul conto di Acsionov; era un brav’uomo. Terminata l’inchiesta, fu rinviato a giudizio per l’uccisione di un negoziante di Rianzan e per il furto di ventimila rubli.
La moglie di Acsionov si disperava. Non sapeva che pensare di tutto ciò. I suoi figlioli erano molto giovani. Uno succhiava ancora il latte. Era impossibile lasciarli soli, nemmeno i più grandicelli. Con tutti i suoi figli, partì per la città in cui era la prigione. Dapprima non le fu permesso di entrare. Ma poi, si rivolse agli alti funzionari e fu condotta da suo marito. Quando lo vide vestito da carcerato, coi ferri ai piedi e alle mani, fra ladri e assassini, si sentì mancare.

Circondata dai suoi figlioli, sedette accanto al detenuto e si mise a raccontargli tutti gli affari di casa e a interrogarlo su quanto gli era successo. Egli spiegò ogni cosa. Ed ella domando: «Cosa si può fare?»
«Si deve», disse egli «rivolgersi all’imperatore. Io sono innocente».
«L’abbiamo già fatto», rispose la moglie, «ma la petizione non gli è giunta».
Senza dire parola Acsionov abbassò la testa.
«Quel mio sogno sai, era dunque vero», disse la donna. «T’avevo visto con la testa grigia, ed ecco i tuoi capelli sono incanutiti per il dolore. Ah! Avresti fatto meglio a rimanere a casa!»
Ella gli accarezzava i capelli mentre diceva:«Ivan, amico mio, io sono tua moglie; dimmi la verità· sei colpevole?»
«Anche tu dubiti di me!»
Si nascose il viso fra le mani e piane. Un soldato entrò: bisognava lasciarsi. Acsionov disse per l’ultima volta addio a sua moglie e ai suoi bambini.

Rimasto solo ruminò tutto ciò che era stato detto durante la visita. Pensava al dubbio di sua moglie, perché questa aveva dubitato di lui: non gli aveva forse chiesto se era lui l’assassino? Evidentemente, egli si diceva: «Fuorché Dio, nessuno può conoscere la verità. Lui solo devo supplicare, da lui devo aspettare la mia grazia».
Da quel giorno, Acsionov non mandò più suppliche all’imperatore, aveva perduto ogni speranza. Si contentava di pregare Dio.
Acsionov fu condannato alle verghe e ai lavori forzati. Fu sottoposto al knut, e, quando le sue ferite furono cicatrizzate, fu mandato al bagno penale con altri prigionieri. Vi restò ventisei anni.

Il seguito verrà pubblicato venerdì 8 aprile.

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