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Cassazione: per gli statali vale l’articolo 18 non il Jobs Act

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La Corte di Cassazione ha disposto con sentenza che al dipendente di pubblico impiego in caso di licenziamento non si applicano le norme della legge Fornero poi inserite nel Jobs Act, ma si applicano le procedure previste dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (sentenza n.11868 della Sezione Lavoro depositata 9 giugno scorso).

Questa tesi era già stata sostenuta dai sindacati e addirittura  anche dal ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, per la quale l’articolo 18 per gli statali non era stato cambiato né dalla legge Fornero, prima, né dal Jobs act, dopo. Dopo l’intervento nel 2012 dell’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero,  si è avuta la riforma del Lavoro Renzi-Poletti, che ha di nuovo modificato l’ articolo 18, circoscrivendo il reintegro ai soli casi di licenziamento per motivi discriminatori e sostituendolo in tutti gli altri casi con un indennizzo in denaro.

Secondo la Cassazione tutte queste modifiche valide per il settore privato, non hanno toccato invece il pubblico impiego.

Per il pubblico impiego nessuno di questi cambiamenti è da tenere in considerazione: stando alla Cassazione le garanzie dello Statuto dei lavoratori sarebbero quindi intatte, come il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa. Un trattamento diverso rispetto ai lavoratori privati, sostiene anche il ministero, perché è diversa la natura del datore di lavoro. Per mettere fine a possibili diverse interpretazioni, dovrebbe intervenire con nuove regole il governo introducendole nel Testo Unico del pubblico impiego.

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Jobs Act: tre licenziati dopo l’assunzione a tempo indeterminato a “tutele crescenti”

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quarto statoSono tre operai della cartiera Pigna Envelopes di Tolmezzo, in provincia di Udine: assunti a marzo con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti introdotto dal Jobs act. Dopo soli otto mesi l’azienda li ha lasciati a casa per un “calo di produzione” e conseguente “riorganizzazione della turnistica dovuta a un persistente calo di lavoro”. Eppure, la società ha potuto beneficiare dei sostanziosi incentivi previsti dalla legge di Stabilità 2015, che esonerano il datore di lavoro dal pagamento dei contributi per tre anni.

“A marzo, la società ha assunto quattro lavoratori con il contratto a tutele crescenti – spiega Paolo Battaino, segretario Uilcom Uil di Udine – Le nuove assunzioni erano giustificate da un aumento di lavoro e dal passaggio a una turnazione a ciclo continuo”. Per tre di loro il licenziamento, visto che non c’è più l’articolo 18. Niente reintegrazione, solo il pagamento di un indennizzo.
“Sono contratti precari a tempo indeterminato – dice amareggiato un lavoratore della Rsu – E l’indeterminato potrebbe finire domani”.

I nuovi assunti sono stati lasciati a casa perché la legge lo permette, è più conveniente. Intanto, l’azienda ha goduto degli sgravi contributivi, pari a 8mila euro per tre anni (e non sarà nemmeno costretta a restituire il vantaggio contributivo incamerato per i mesi di assunzione), e  oggi scarica sulla collettività gli stessi lavoratori. (Agenzie giornalistiche).

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Infortuni sul lavoro: ogni anno 250 mila donne vittime e 2 mila diventano disabili

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Ogni anno oltre 250mila donne restano vittime di infortuni su lavoro o malattia professionale; sono 2 mila i casi che conducono a una condizione di disabilità permanente. I dati sono contenuti in una Indagine di Anmil (Associazione nazionale Mutilati e invalidi del lavoro: la condizione della donna infortunata nella società) resa nota a metà dello scorso febbraio.

Le reazioni psicologiche – Il 42,5% delle donne del campione soffre ancora di ansia/angoscia o incubi conseguenti all’infortunio: il 57% perde i legami sociali: e se la disabilità è grave, 3 donne su 4 perdono il compagno.Per quanto riguarda la percezione delle cause dell’incidente, solo il 25,5% le imputa a qualcosa/qualcuno esterno, mentre la maggior parte attribuisce la responsabilità dell’accaduto a una propria disattenzione.

Rapporti familiari. Il 55,5% delle donne infortunate non svolge le faccende domestiche come prima dell’infortunio e il dato ovviamente cresce con l’aumento del grado di invalidità. Al Sud, il dato cresce fino al 72,3%. Il 51,5% delle donne ritiene indispensabile un aiuto fisso di una badante o una domestica. Anche in questo caso, il dato cresce molto per le donne residenti al Sud (66%). Interessante il confronto con il dato rilevato tra i maschi infortunati, che solo nell’8% dei casi dichiarano la necessità di un aiuto esterno. Gli uomini percepiscono invece più delle donne (13% contro 5,5%) una perdita di autorevolezza in famiglia. Per quanto riguarda in particolare il rapporto con il compagno, questo si è interrotto dopo l’infortunio per il 23% delle donne intervistate, mentre la maggior parte di queste ha conservato la relazione.Il maggior numero di rotture di registra al nord-ovest (29%, contro 15% al sud) e per i livelli più alti di disabilità: quando l’infortunio riceve un punteggio di gravità superiore a 66, solo 1 uomo su 4 resta vicino alla compagna. Il 16% del campione ha costruito un rapporto con un nuovo compagno, soprattutto a nord-est (26,5%). Rapporti sociali. Il 57% circa delle donne denuncia di aver perso il rapporto con amici e colleghi: il dato cresce fino al 63,5% tra le donne che hanno subito l’infortunio dopo il 2000. Il 46% (tra cui il 42% delle donne che ha perso le relazioni sociali precedenti all’infortunio) dichiara però di aver fatto nuove amicizie. Rispetto a 10 anni fa quando è stata svolta ricerca analoga, il contesto amicale sembra migliorare.

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Trani, bracciante morta: la Procura ordina l’autopsia

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La Procura di Trani ha deciso di ordinare di procedere con la riesumazione del corpo e l’autopsia di Paola Clemente, 49enne tre figli morta lo scorso 13 luglio mentre era al lavoro in un vigneto per l’acinellatura dell’uva. Il marito Stefano Arcuri ha sporto denuncia per avere giustizia e sapere perché la moglie è morta dopo essere partita all’alba da San Giorgio Jonico per un lavoro “che le faceva guadagnare due euro all’ora”, e mai più tornata a casa.

Nell’indagine si ipotizzano i reati di omicidio colposo e omissione di soccorso. L’indagato è il tarantino Ciro Grassi, indicato nella querela come colui che ha organizzato la squadra. Grassi, a quanto si apprende, è stato anche colui che ha avvisato Stefano Arcuri, marito di Paola Clemente, che la donna era stata colta da malore il 13 luglio, giorno poi del decesso della bracciante.

Il procuratore della Repubblica a Trani, Carlo Maria Capristo è determinato: “L’inchiesta andrà a fondo e darà giustizia alla famiglia della vittima”. “Sul fenomeno del caporalato – si sfoga il procuratore – c’è però un muro di gomma. La gente non collabora, preferisce guadagnare pochi spiccioli anziché collaborare alle nostre indagini finalizzate a debellare il fenomeno”.
Capristo sollecita “i sindacati e i lavoratori a dare indicazioni utili alle indagini sul caporalato”. Ricorda che il fenomeno del caporalato è “diffusissimo nel nord barese”.
Paola Clemente, da un paio di giorni prima del decesso, avvertiva dolori al collo a cui non aveva dato molta importanza perché ne soffriva da alcuni anni. L’iscrizione del nome di Grassi nel registro gli indagati – precisano fonti inquirenti – è un atto dovuto in vista dell’autopsia che sarà compiuta il 21 agosto, dopo la riesumazione del corpo dell’operaia.

La morte di Paola Clemente è stata seguita alla fine di luglio dal malore di Arcangelo: suo concittadino di 42 anni, e al lavoro come lei nei campi di Andria per l’acinellatura, è in coma dopo un infarto, ed è ricoverato all’ospedale di Potenza. Sono gli ultimi casi di un’estate funesta, per il lavoro in agricoltura in Puglia: il 21 luglio sotto il sole di Nardò è morto Mohamed; stessa sorte il 6 agosto per un tunisino a Polignano a Mare.

Arcangelo stava lavorando nella stessa zona di campagna, fra Andria e Canosa di Puglia, in cui è morta per un malore Paola. “Quel che è certo – afferma il segretario della Flai Cgil pugliese, Giuseppe Deleonardis – è che Arcangelo lavorava per la stessa agenzia interinale per cui operava Paola”. E la coincidenza gli fa balenare un dubbio e un sospetto perché, teme Deleonardis, che “in quelle campagne si usino fitofarmaci pericolosi che fanno sentire male gli operai

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Per i morti d’amianto alla Pirelli condannati 11 ex manager – Fino a 7 anni e otto mesi di prigione per omicidio colposo aggravato. Tra i coinvolti anche il fratello dell’oncologo Veronesi.

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Si è chiuso con 11 condanne comprese fra tre anni e sette anni e otto mesi alla sesta sezione penale del tribunale di Milano il processo agli 11 ex manager Pirelli imputati con l’accusa di omicidio colposo aggravato in relazione a 24 casi di operai morti o che si sono ammalati di forme tumorali, il mesotelioma pleurico, a causa dell’esposizione all’amianto nei due stabilimenti milanesi di Pirelli di viale Sarca e via Ripamonti.

Gli operai lavoravano negli stabilimenti milanesi tra gli anni Settanta e Ottanta.

Tra le condanne, sei anni e otto mesi per Guido Veronesi, fratello dell’oncologo ed ex ministro della Salute Umberto. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Raffaele Martorelli.

Pirelli è stata condannata a pagare una provvisionale di 300mila euro all’Inail, una di 200mila euro ai due eredi di una delle vittime, 20mila euro all’Aiea (Associazione italiana esposti amianti) e 20mila euro a Medicina democratica. Pirelli aveva già risarcito le altri parti civili in via extragiudiziale, che avevano ritirato la costituzione nel processo.

I legali di Pirelli hanno annunciato il ricorso: «Sulla base delle evidenze scientifiche ad oggi disponibili emerse nel corso della fase dibattimentale del processo siamo certi della correttezza dell’operato dei nostri assistiti per i fatti contestati risalenti a oltre 25 anni fa”. Presenteremo appello».

Dopo la lettura della sentenza, alcuni dei parenti delle vittime presenti in aula hanno esultato. Attivisti di Medicina Democratica e dell’Associazione anno italiana esposti amianto, parti civili nel processo, hcommentato”Abbiamo dimostrato che uniti si vince – hanno spiegato – questa volta siamo riusciti a far condannare il padrone”. Il Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro ha esposto uno striscione: “Per ricordare tutti i lavoratori uccisi in nome del profitto”.

Ludovico Grandi, amministratore delegato della Pirelli negli anni ’80, è stato condannato a 4 anni e 8 mesi (il pm Maurizio Ascione aveva chiesto 8 anni), l’ex amministratore delegatodGianfranco Bellingeri a 3 anni e 6 mesi. La pena più alta è stata inflitta a Luciano Isola, consigliere di amministrazione dal 1980 al 1986, condannato a 7 anni e 8 mesi. Quella più bassa (3 anni di reclusione) ad altri tre ex componenti del consiglio di amministrazione della fabbrica di pneumatici della Bicocca: Gabriele Battaglioli, Carlo Pedone e Roberto Picco. Per loro, il pm Ascione aveva chiesto l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Tra i condannati anche Piero Sierra, ex amministratore delegato Pirelli ed ex presidente dell’Airc(Associazione Italiana per la ricerca sul cancro), con una pena di 6 anni e 8 mesi, la stessa toccata a Guido Veronesi. Nell’elenco dei condannati anche Gavino Manca (5 anni e 6 mesi)Omar Liberati e Armando Moroni, entrambi a 3 anni.

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Eternit Casale, stop al processo bis: l’ex titolare non può essere processato due volte – Dal giudice atti alla Consulta- Esasperati i familiari delle vittime

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Finisce alla Corte Costituzionale il processo Eternit bis. Il gup, Federica Bompieri, ha sollevato una questione di costituzionalità. L’ex titolare della Eternit, Stephan Schmidheiny non può essere processato due volte per gli stessi fatti.Si prolunga l’attesa di giustizia per i familiari delle vittime.

Sulla base di questo principio il processo di Torino dove il magnate svizzero è accusato di omicidio volontario per la morte di 258 persone morte tra il 1989 e il 2014 a causa dell’amianto lavorato negli stabilimenti italiani della multinazionale, è stato sospeso in attesa di un pronunciamento della Corte costituzionale.

La Consulta a cui verranno trasmessi gli atti dovrà esprimersi sulla legittimità costituzionale dell’articolo 649 del Codice di procedura penale lì dove dispone di divieto di sottoporre nuovamente a giudizio un imputato qualora il fatto giuridico contestato sia lo stesso, senza dire nulla però, al contrario di quanto dispone la legislazione europea, qualora il fatto storico contestato, in altre parole il comportamento del soggetto, sia identico.

Il doppio tormento per i morti d’amianto -Dopo la cancellazione del primo processo per prescrizione, un’assurdità e miopia giuridica per cui 1300 morti di tumore sono stati ignorati insieme al reato di disastro doloso ambientale, ora un nuovo arresto viene a procrastinare un giudizio atteso dai parenti delle vittime con angoscia: i 230 nuovi morti dopo il 1989, anno della prescrizione, verrebbro assorbiti nell’ambito del primo processo: Schimdheiny non potrebbe essre processato una seconda volta per gli stessi fatti. Ma a tutti appare evidente che i fatti non sono affatto gli stessi perche i morti sono avvenuti dopo la prescrizione e avvengono attualmente ancora per effetto dell’esposizione all’amianto che imedici prevedono che continuerà fino al 2220; e nel secondo processo  il reato contestato è quello di omicidio plurimo doloso, e non più di disastro ambientale.E come dire che gli effetti della bomba atomica di Hiroschima sono stati solo quelli istantanei, e non sono durati oltre 50 anni mietendo morti come è avvenuto. L’esposizione all’amianto e il mesotelioma conseguente tumore, ha “vita” di durata simile a quella della bomba atomica.

Difesa soddisfatta «Siamo soddisfatti dalla decisione del giudice. Il tema del ne bis in idem lo avevamo sollevato noi». Così il professor Astolfo Di Amato, uno dei difensori dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny nel processo Eternit. «La decisione del giudice – aggiunge – conferma che questo e’ il nodo del processo».

Parenti vittime deluse: buffonata «Anche per oggi la buffonata è finita». Questo il commento di una delle parti civili del processo Eternit bis, un cittadino di Casale Monferrato che ha perduto la moglie («E’ morta nel 2000 a 43 anni senza avere mai lavorato in fabbrica»). «Adesso – dice – ci vorranno anni soltanto perché possa riprendere l’udienza preliminare. La legge è uguale per tutti, sì, ma per tutti i poveri. Per i signori è diverso». Delusa Romana Blasotti, che in questi anni ha perso a causa dell’amianto cinque familiari, presente oggi in udienza davanti al gup Federica Bompieri assieme ad alcune decine di altri familiari delle vittime. «Non posso esprimere grande soddisfazione per questa decisione. Si rimanda ancora ma – ha detto Blasotti – le malattie e i morti non rimandano. Di amianto si continua a morire e si verificano 50 casi nuovi ogni anno».

Il pm Guariniello: contesteremo altre 94 morti. Il pm Raffaele Guariniello sottolinea che questi mesi di sospensione potranno consentire l’inserimento nel processo di un centinaio di nuove morti sopravvenute dopo la richiesta di rinvio a giudizio. Riteniamo che non ci sia un contrasto con la convenzione europea». Lo ha affermato il pm Raffaele Guariniello dopo che il gup del procedimento Eternit bis ha sospeso l’udienza preliminare e investito la Corte Costituzionale di una questione di legittimità costituzionale. In particolare «la corte costituzionale – ha spiegato Guariniello – si esprimerà sulla legittimità dell’articolo 649 del codice di procedura penale e sulla conformità alle norme della convenzione europea dei diritti dell’uomo» per quanto riguarda il principio del «ne bis in idem». La procura di Torino approfitterà dell’allungamento dei tempi per contestare altri 94 casi di morti legate all’amianto al magnate svizzero: «abbiamo trovato questi 94 nuovi casi di decessi – ha detto Guariniello – e questa sospensione ci dà la possibilità di aggiungere questi casi a quelli già presenti al processo».

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