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Cesare Battisti, patriota e irredentista trentino

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Le vie di Como

Viale Cesare Battistivia-grassi

di Selika Magatti

Breve biografia
Cesare Battisti (ultimo di otto fratelli) nacque  il 4 febbraio del 1875 a Trento (che al tempo faceva parte dell’impero austro-ungarico), da Cesare, agiato commerciante, e Maria Teresa Fogolari di nobile famiglia.
Si sposa con Ernesta Bittanti e ha tre figli.
Dopo aver frequentato l’Imperial Regio Ginnasio a Trento si iscrive anche alla Facoltà di Giurisprudenza di Graz. Qui si unisce a un gruppo di studenti e fonda nel 1894 la Società Studenti Trentini, un’associazione di stampo socialista. Nel 1893 frequenta il primo anno di Lettere e Filosofia all’Università degli Studi di Firenze, per poi proseguire  gli studi umanistici a Torino, città dove iniziavano a farsi sentire i primi fermenti socialisti.

cesare-battistiNel 1895 con Antonio Piscel dà vita a La Rivista Popolare Trentina, sequestrata fin dal primo numero. I due nello stesso anno editano L’Avvenire, ma a causa di problemi economici viene chiuso; risolta la crisi finanziaria, fondano il settimanale L’Avvenire del Lavoratore, preso subito di mira dalla censura.
Tornato a Firenze, Battisti nel 1897 si laurea a pieni voti con una tesi in geografia trentina.
Si dedica anche a studi naturalistici e pubblica con successo Guide del Trentino. Nel 1900 fonda il Il Popolo, e successivamente il settimanale Vita Trentina.
Fervente sostenitore dell’autonomia amministrativa e dell’annessione del Trentino all’Italia, a questo scopo nel 1911 si fa eleggere deputato al parlamento di Vienna per il collegio di Trento e nel 1914 entra nella Dieta (riunione popolare) di Innsbruck.

battistiLa guerra
A seguito dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, Battisti si stabilisce a Milano, dove propaganda con accesi discorsi il suo programma irredentista, tiene comizi in diverse città italiane, pubblica articoli interventisti sui maggiori giornali. Si arruola volontario nel 5° reggimento alpini, combattendo valorosamente in molteplici azioni contro l’Austria.
Nel 1915 per le sue azioni spericolate e coraggiose riceve un encomio solenne. Nel 1916 è trasferito al Passo del Tonale e promosso ufficiale nel Battaglione Vicenza del VI Reggimento Alpini di stanza sul Monte Baldo, e sul Pasubio. Nel luglio del 1916 riceve l’ordine di occupare il monte Corno, occupato dalle forze austro-ungariche, ma viene catturato e imprigionato insieme al sottotenente Fabio Filzi (patriota e irredentista istriano, 20 novembre 1884).

battisti2

La condanna
Cesare Battisti e Fabio Filzi, trasportati su un carretto, vengono condotti nel Castello del Buon Consiglio (allora caserma delle truppe austro-ungariche) di Trento e sottoposti a processo. Riconosciuti colpevoli di alto tradimento sono condannati a morte mediante impiccagione. L’esecuzione avviene il 12 luglio del 1916.
Secondo alcune accreditate fonti Battisti chiese di essere fucilato anziché impiccato con addosso la divisa militare italiana, cosa che gli venne negata facendogli indossare miseri indumenti. Morì gridando: Viva Trento italiana! Viva l’Italia!

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Giovanni Battista Grassi, lo scienziato comasco che sfatò le vecchie teorie sulla malaria

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Le vie di Como

di Selika Magatti

Via Giovanni Battista Grassi.
Tra piazza Volta (già piazza detta alla Iasca) e via Garibaldi.

via-giovanni-battista-grassi

via-grassiGiovanni Battista Grassi nasce a Rovellasca (Como), il 27 marzo 1854 e muore a Roma il 4 maggio 1925.

Figlio di Luigi, funzionario pubblico e di Costanza Mazzucchelli, di umili origini, compie i primi studi e il ginnasio nel collegio privato Bolchi-Stucchi di Saronno, prosegue poi al Liceo Volta di Como e nel 1872 si  iscrive alla facoltà di medicina dell’università di Pavia, dove si laurea nel 1896. Appassionato naturalista, ancora studente nota a Rovellasca una moria di gatti e sezionando gli animali scopre che la causa della morte è da imputare ad un parassita simile all’Anchylostoma duodenale, che è all’origine di gravi anemie nei paesi tropicali; la scoperta di uova del parassita in una donna affetta da grave anemia conferma la validità della sua teoria.

Si occupa anche di zoologia. Vince una borsa di studio e lascia Pavia per la Stazione Zoologica di Messina, dove con il professor Nicolaus Kleinenberg, ricercatore zoologo, approfondisce gli studi sull’embriologia degli invertebrati. Per completare le sue ricerche sulla zoologia si trasferisce nel 1879 a Heidelberg (Germania) e fino al 1880 segue le lezioni dell’anatomista Carl Gegenbaur, seguace delle  teorie darwiniane. A Heidelberg sposa Maria Koenen, sua assistente. Nel 1883 a seguito di un concorso è nominato professore di zoologia, anatomia e fisiologia comparata all’università di Catania. Nel 1895 si trasferisce all’università di Roma dove insegna anatomia comparata e entomologia agraria.

giovanni_battista_grassiMolteplici ed estesi sono i suoi studi sui parassiti, ricordiamo in particolare le ricerche sulle infezioni provocate dalle mosche e le pulci del latte: dimostrò che queste ultime causavano, soprattutto nei bambini che date le pessime condizioni igieniche del tempo bevevano latte contaminato, malattie parassitarie. Indagò anche la trasformazione delle anguille e il ciclo della malaria.

Gli studi sulla malaria
Nel XIX secolo la malaria imperversava e mieteva molte vittime.Vecchie teorie ne attribuivano la causa  all’aria malsana che esalava dalle acque stagnanti delle paludi. Nel 1878 un medico militare: Alphonse Laveran, ipotizzò invece che fosse una zanzara il veicolo d’infezione; a questa teoria si dedicò Ronald Ross, un medico militare inglese che prestava servizio nei paesi tropicali.
Grassi, lavorò nella medesima direzione e con la collaborazione del clinico Raimondo Feletti, scoprì dapprima il Plasmodium vivax  (un parassita unicellulare) ma non riuscì ad  identificare il meccanismo di trasmissione. In seguito, tra il 1891/1892 scoprì il Protosoma praecox, il parassita della malaria degli uccelli. Continuando nelle sue ricerche nel luglio del 1898 Giovanni Battista intraprese un ampio studio biologico e geografico che gli permise di correlare la malaria a un genere di  zanzara: le anofele.  Il medico R. Ross  intentò contro di lui e altri ricercatori italiani una campagna diffamatoria, si mormora in vista del Premio Nobel della Medicina che Ross ottenne nel 1902. Gli stessi studiosi però affermarono che fu proprio Giovanni Battista Grassi ad  individuare per primo nella Anopheles la portatrice del virus.

Deluso, Grassi abbandona gli studi sulla malaria occupandosi del parassita della vite Philossera vastratix, che in quegli anni aveva prodotto gravi danni alla viticoltura, per riprenderli alla fine della Prima Guerra Mondiale quando vi fu una recrudescenza della malaria. Nel 1918  fondò l’osservatorio della malaria a Fiumicino e suggerì al Parlamento di intraprendere una campagna di protezione che prevedeva, per uccidere i parassiti, la somministrazione di chinino.

Muore il 4 maggio 1925 sempre intento a studiare e scrivere sulla biologia della zanzara Anopheles Superpictus.

È sepolto, come da sue volontà, nel cimitero di Fiumicino.

 

 

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Vincenzo Bellini, il “cigno” catanese sulle rive del Lario

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Le vie di Como

di Selika Magatti
mappa via Bellini

Via Vincenzo Bellini

Vincenzo Bellini, soprannominato “Cigno” per la grazia e la delicatezza del suo stile, soggiornò diverse volte sul nostro lago a Villa Passalacqua di Moltrasio. Sulle rive del Lario rivide Giuditta Turina che conobbe durante la frequentazione dei circoli milanesi, con la quale intrecciò in Villa Salterio, (vicina a villa Passalacqua e affittata dai coniugi Turina), una clandestina e burrascosa relazione. Scoperti dal marito, i due si lasciarono definitivamente. Fu un periodo molto creativo per il compositore grazie anche al sodalizio con Giuditta Pasta, la sua interprete preferita che risiedeva a Blevio. A Moltrasio nel 1997 nei pressi dell’Hotel Imperiale, è stato inaugurato il monumento a lui dedicato, opera dello scultore Massimo Clerici.

Moltrasio (CO). Monumento a Vincenzo Bellini, opera dello scultore locale Massimo Clerici.

Moltrasio (CO). Monumento a Vincenzo Bellini, opera dello scultore locale Massimo Clerici.

Vincenzo Bellini nasce a Catania il 3 novembre 1801, figlio di Rosario, organista e compositore di musica sacra, e di Agata Ferlito. Dal padre e dal nonno Vincenzo Tobia, organista e compositore, prese le prime lezioni e precocissimo  a soli sei anni, scrisse la sua prima composizione Tantum Ergo e un Salve Regina. Muore a Puteaux, Parigi, il 23 settembre 1835.

Divenuto celebre come organista, compositore di musica sacra e di canzoni nelle chiese e nei salotti della città, nel 1819 il comune di Catania gli offre i mezzi per recarsi al conservatorio San Sebastiano di Napoli.

Via Bellini3

Vincenzo_bellini1819-1826 Napoli  Studente al conservatorio, Bellini ebbe per maestri G. Tritto, G. Furno e Nicola Zingarelli, quest’ultimo lo introdusse allo studio del melodramma napoletano e alle opere strumentali di Haydn e Mozart. In questi anni Vincenzo compone musica sacra e cameristica (si ricorda la Dolente immagine, sua prima romanza a stampa, scritta per dimenticare l’infelice passione per Maddalena Fumaroli). Suoi compagni sono Francesco Floriano (che sarà il suo biografo), Saverio Mercadante e Pietro Maroncelli, (detto Piero) scrittore, musicista e patriota, processato in quanto carbonaro e imprigionato allo Spielberg con Silvio Pellico. Lo stesso Bellini nel 1820/21 partecipa ai moti anti borbonici.
Oltre alla musica sacra, Bellini compone varie arie e sinfonie e la sua prima opera lirica: Adelson e Salvini, un saggio finale a coronamento degli studi, che suscitò il plauso di Gaetano Donizetti.

Nel 1826, compleanno del Principe, è rappresentata con successo al San Carlo di Napoli la sua opera Bianca e Fernando diventata in seguito Bianca e Gernando per rispetto verso il principe Ferdinando di Borbone.

1827 Milano – Nella città meneghina Bellini è ben accolto nei circoli culturali e inizia una lunga e feconda collaborazione con il librettista Felice Romani. Nel 1828 al teatro la Scala sono rappresentate con successo le sue opere Il Pirata e La Straniera. Per Bellini è un anno denso e fecondo: va in scena al teatro Carcano La Sonnambula; il 26 dicembre alla Scala viene rappresentata la Norma che, contrariamente alle aspettative, fu un fiasco; precorittrice dei tempi, la Norma, considerata il suo capolavoro, nella seconda rappresentazione e nelle trentaquattro repliche ottenne  un grandissimo successo.

Via Bellini4

1829 – Va in scena al palazzo Ducale di Parma,(oggi Teatro Regio) Zaira, un’opera che però non ottiene il favore del pubblico. Rivalutata poi nel corso del Novecento.

1830  Alla Fenice di Venezia  I Capuleti e i Montecchi ottiene un clamoroso successo.

1834 – Bellini si trasferisce a Puteaux, Parigi, in casa dell’ambiguo banchiere ebreo Samuel Levys e della sua convivente. Si acuiscono e si aggravano i dolori intestinali di cui da tempo soffriva e, dulcis in fundo, gli viene comunicato che la mai dimenticata Maddalena Fumaroli è morta.

1835 – Compone l’opera I Puritani che viene rappresentata all’Opera di Parigi. Nel settembre, a 34 anni, abbandonato a se stesso nell’abitazione dei Levys che impediscono a chiunque di avvicinarlo e con la sola presenza del giardiniere, Bellini è preda di  una fulminante crisi intestinale che lo condurrà alla morte nel giro di venti giorni. La sua fine rimane oscura: è stato ipotizzato che la causa sia stata il colera ma Rossini avanzò il dubbio che fosse stato avvelenato.

Vincenzo Bellini fu sepolto, vicino a Chopin e a Cherubini nel cimitero Père Lachaise di Parigi, dove rimase per quarant’anni. Nel 1876 la salma fu traslata nel Duomo di Catania.

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Piazza Cacciatori delle Alpi

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di Selika Magatti

Piazza Cacciatori delle Alpi è all’incrocio tra viale Varese, viale Cavallotti, via Garibaldi e via Gallio. Arrivando dal centro, sulla destra si trova l’ex cinema-teatro Politeama (edificato nel 1910 su progetto di Federico Frigerio) in disuso ormai da moltissimo tempo, che ospitò negli anni Cinquanta e Sessanta famose compagnie di varietà e grandi artisti come Wanda Osiris, Macario e Walter Chiari, per citare i più noti.

Ex cine-teatro Politeama

Ex cine-teatro Politeama

Chi erano i “Cacciatori delle Alpi?”. Secondo la terminologia militare si tratta di ardimentosi soldati volontari, animati da un forte spirito combattivo, che durante le guerre s’impegnavano in missioni di avanscoperta o di fiancheggiamento. La loro origine pare risalga a Federico II di Prussia. Per chi volesse conoscere la storia di questo corpo rimandiamo al sito dell’Associazione Nazionale Cacciatori delle Alpi: http://www.associazionenazionalecacciatoridellealpi.it/storia/storiacorpo.aspx.

Per incitare ancora di più i suoi volontari, Garibaldi durante una riunione tenutasi nel 1858  disse al poeta Luigi Mercantini, l’autore della famosa “Spigolatrice di Sapri”: “Voi mi dovreste scrivere un inno per i miei volontari! Lo canteremo andando alla carica, e lo ricanteremo tornando vincitori!” Nacque così, su musica di Alessio Olivieri, la “Canzone italiana” che divenne ben presto molto popolare come “Inno di battaglia dei Cacciatori delle Alpi“, e dopo la spedizione dei Mille, semplicemente come “L’inno di Garibaldi“.

Ecco i primi versi:
Si scopron le tombe, si levano i morti,
I martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome
La fiamma ed il nome d’Italia sul cor!…

Piazza Cacciatori delle Alpi

Piazza Cacciatori delle Alpi

Per quel che riguarda più specificatamente la nostra via, l’anno fondamentale è il 1859 quando, nel corso della seconda guerra d’indipendenza (le cui vicende fanno da sfondo al romanzo di Antonio Fogazzaro “Piccolo Mondo Antico” ambientato in Valsolda, sul lago Ceresio), la brigata di volontari Cacciatori delle Alpi sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, partecipò alla campagna per liberare la Lombardia settentrionale dall’esercito imperiale austriaco.

Dopo aver conquistato Varese, (nel combattimento morirono ottantacinque volontari tra i quali Ernesto Cairoli, primo dei quattro fratelli che offrirono la vita alla patria), partendo dal quartier generale di Cavallasca, il 27 maggio dello stesso anno, Garibaldi con i Cacciatori delle Alpi attacca un avamposto austriaco a San Fermo della Battaglia e sconfigge gli austriaci. Durante l’assalto, a causa di un segnale d’attacco dato in anticipo, facendo così mancare l’effetto a sorpresa e gettando il gruppo sotto il fuoco nemico, perse la vita il capitano Carlo De Cristoforis, comandante della compagnia. Nella battaglia morirono anche sessantotto soldati austriaci.
A San Fermo della Battaglia vi è un cippo con inciso i nomi dei caduti: il capitano e  tredici uomini.

Nella tarda serata del 27 maggio un trionfante Garibaldi, acclamato dalla popolazione e al suono delle campane entra nella città illuminata a festa, proclama l’annessione al Regno di Sardegna di Como, Lecco e Varese (allora Provincia di Como) con commissario regio Emilio Visconti Venosta. Il 29 maggio Garibaldi lascia  Como per andare a conquistare il fortino di Laveno, colpo di mano che non gli riuscì.
Temendo che, al comando del terribile maresciallo Karl Urban, gli austriaci non avrebbero tardato a rioccupare la città, Visconti Venosta invia tramite la contessina Giuseppina Raimondi, un messaggio a Garibaldi pregandolo di ritornare. La tarda sera del 2 giugno Garibaldi e i Cacciatori rientrano in  Como e vi rimangono fino al 5 giugno. Il famigerato Urban non osò attaccare.

Campagne di guerra dei Cacciatori delle Alpi
Seconda Guerra d'Indipendenza (1859) - Brigantaggio (1860-70) - Terza Guerra d'Indipendenza (1866) - Libia (1911-12) - Prima Guerra Mondiale (1915-18) - Africa Orientale (1935-36) - Seconda Guerra Mondiale (1940-43)

 

 

 

 

 

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Felice Cavallotti, il “bardo della democrazia”

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di Selika Magatti

Viale Cavallotti: inizia all’incrocio con viale Rosselli e termina in piazza Cacciatori delle Alpi. È un bel viale, specialmente in primavera quando fioriscono i pruni e la vista spazia sino ai giardini pubblici a lago. A metà strada, in un palazzo dei primi del Novecento, nell’edificio a U vi è l’Università degli Studi dell’Insubria e nell’edificio triangolare la sede dell’Associazione Culturale Giosuè Carducci, dove si svolgono svariati corsi, conferenze, concerti e spettacoli.

Viale Cavallotti

Felice Carlo Emanuele Cavallotti, figlio di Francesco, originario di Venezia, e della milanese Vittoria Gaudi, nasce a Milano il 6 ottobre 1842.

Vita privata. Cavallotti riconobbe e crebbe i due figli nati da unioni fuori dal matrimonio: Maria, detta Mariuccia, dalla relazione con un’attrice ungherese e Giuseppe, detto Peppino, (così chiamato in ricordo del fratello, morto durante la guerra franco-prussiana), da Assunta Mezzanotte.

Politico e giornalista. Nel 1873 è deputato radicale, viene rieletto per dieci legislature consecutive. Fu soprannominato il “bardo della democrazia” per gli arguti discorsi in Parlamento e la tagliente oratoria contro le minacce dei diritti di libertà. Nel 1872 con Agostino Bertani fonda l’Estrema Sinistra Storica il cui programma ipotizza la separazione tra Stato e Chiesa e la nascita di un federalismo di carattere europeo.
Nel 1884 difese il collega Luigi Castellazzi, accusato da Giuseppe Finzi di essere il responsabile dei Martiri di Belfiore (così chiamati dal nome della villetta di Mantova dove furono impiccati undici patrioti su ordine del governatore generale del Lombardo-Veneto, il feldmaresciallo Josef Radetzky).
Si dedicò anche al giornalismo con mordaci articoli contro gli scandali e il mal costume, attaccando il governo di destra e la monarchia, tutto ciò gli procurò numerose denunce  e processi. Nel 1894 scrisse “Lettera agli onesti di tutti i partiti” divenuta celebre per il suo motto “Come si dimentica presto l’Italia! Quest’oblio è il grande aiutatore dei disonesti”.

Patriota. Giovanissimo simpatizza per Cavour, in seguito diviene mazziniano e seguace di Cattaneo e Pisacane, (l’eroe della Spigolatrice di Sapri, scritta dal poeta Luigi Mercatini, autore anche dell’inno di Garibaldi). Nel 1860, a diciotto anni si unisce alla Spedizione dei Mille e con Garibaldi combatte a Milazzo. Nel 1866 è con lo stesso Garibaldi in Trentino. Nel 1867 è nel Lazio con i garibaldini e partecipa alla battaglia di Mentana contro le truppe franco-pontificie, che ebbero la meglio.

Poeta e drammaturgo. Si cimentò anche nell’attività letteraria: nel 1867 scrive l’ode sarcastica “Le auguste nozze” contro Giovanni Prati, il poeta monarchico, che celebrava il matrimonio di Umberto I con Margherita di Savoia. Nel 1869, alla nascita di Vittorio Emanuele III, compone “Il parto e l’amnistia”. È arrestato per vilipendio al Capo dello Stato, ma viene subito rilasciato. Suoi sono anche alcuni drammi teatrali tra i quali ricordiamo “I pezzenti”, “Alcibiade” e “Il povero Piero”. Nell’anno della morte (1898) fu pubblicata una sua raccolta di poesie “Il libro dei versi”.

Il duello. Di carattere passionale e abile schermitore, prese parte a ben trentatre duelli, senza mai uccidere nessuno. Ma, quello con il conte Ferruccio Macola, molto più giovane di lui, direttore della Gazzetta di Venezia, accusato da Cavallotti d’essere un mentitore per aver pubblicato sulle pagine del suo giornale la falsa notizia di una querela a lui riguardante, gli fu fatale. Cavallotti propose un duello con la sciabola affilata, come si usava anticamente; i suoi padrini furono Camillo Tassi e Achille Bazzoni. La sfida si svolse a Roma, a Porta Maggiore.
Cavallotti subì gravi ferite alla carotide, perse subito conoscenza e morì soffocato dal sangue, alle ore 15.30 del 6 marzo 1898. Aveva cinquantasei anni.

Il poeta Lorenzo Stecchetto gli dedicò i seguenti versi:
Nel mortal duello/ non fu tua la vittoria
Con un colpo di spada o di coltello/non si uccide la storia.

Giosuè Carducci al funerale lo definì “L’ultimo dei romantici”.

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Como. Via Adamo Del Pero

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Le vie di Como

di Selika Magatti

Parallella di via Odescalchi, la via Adamo Del Pero (anticamente Contrada di san Giovanni) si snoda da via Indipendenza, attraversa via Natta e sbuca in via Rovelli.


Via Adamo Del Pero

Sopra il portone del palazzo medievale (sec. XII) al numero civico 6, si nota l’insegna gentilizia dei Del Pero, è in pietra e  raffigura sei pere in ordine piramidale rovesciato, raffigurazione che troviamo riprodotta anche nel mosaico sul pavimento all’interno dello stesso palazzo.

Via Adamo Del Pero2Nel 1118 esplose il conflitto tra Como e Milano a seguito dell’attacco da parte di Adamo Del Pero e Gaudenzio da Fontanella, al castello di San Giorgio, a Magliaso nella pieve di Agno (ora Cantone Ticino), dimora del vescovo Landolfo della potente famiglia dei Carcano, designato dall’imperatore del Sacro Romano Impero Enrico V di Franconia, (da “Storia di Como e sua provincia” di Cesare Cantù) nonostante l’opposizione del clero e del popolo comasco che sostenevano Guido de’ Grimoldi di Cavallasca.
I soldati guidati dai due consoli rapirono Landolfo e lo fecero prigioniero. Durante l’attacco furono uccisi i due nipoti di Landolfo: Ottone e Bianco.

Questa la scintilla che fece scoppiare la decennale guerra tra Como e Milano che interessò un’area compresa tra le odierne province di Como, Milano, Lecco e il Cantone Ticino, (all’epoca sottoposto all’autorità del Comune lariano), che terminerà con la distruzione della Città Murata e della Coloniola. Durante una di queste battaglie Adamo Del Pero morì. Ma, il vero motivo, come per tutte le guerre, era economico: il controllo dei valichi alpini e dei relativi commerci.
Il conflitto terminò nel 1127 con la vittoria dei milanesi.

Nel 1159 Federico I di Svevia, detto il Barbarossa, con l’aiuto delle milizie lariane, liberò Como dal giogo milanese durato trent’anni. La rievocazione storica dell’avvenimento, il “Palio del Baradello”, dal 1981 si tiene ogni anno.

http://www.paliodelbaradello.it/palio.html

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Como. Via Cinque Giornate, per non dimenticare…

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di Selika Magatti

VIA CINQUE GIORNATE. La Via Cinque Giornate (già Contrada al Fontanile) si snoda da via Boldoni, attraversa in parallelo il centro storico e finisce all’incrocio con Viale Varese, dove la cinta muraria racchiude il centro.

Via Cinque Giornate_mapLa via è intitolata in memoria dell’insurrezione del marzo 1848 per l’indipendenza italiana: “Le Cinque Giornate di Milano” (città all’epoca capitale del Regno Lombardo-Veneto, parte dell’impero Austriaco), che, dal 18 al 20 marzo  1848,  si estese a Como. Vessati dal governo austriaco anche i comaschi si ribellarono: ceti popolari  ed élite intellettuale si unirono partecipando attivamente alle sommosse, erigendo spontaneamente barricate in vari punti della città e combattendo coraggiosamente contro l’oppressore. Il 22 marzo gli insorti costrinsero alla resa la compagnia di fanti del reggimento “Prohaska” di stanza nella caserma di San Francesco (antico convento di cui oggi rimane la piccola chiesa sconsacrata, adibita a spazio culturale e dedicata all’imprenditore/mecenate comasco Antonio Ratti): i soldati, piegati dalla determinazione dei comaschi, esposero la bandiera bianca e si arresero senza condizioni. Dalle finestre e dagli abbaini di via Milano gli insorti sparavano, le donne caricavano i fucili e bersagliavano di tegole gli austriaci.

Via V Giornate_3

Un gruppo di esuli rifugiati in Svizzera sotto la guida di Antonio Arcioni, patriota e militare originario del Cantone Ticino (1811-1859), si scontrò con le pattuglie austriache a Villa Olmo ed entrò in città.

Via Cinque Giornate (antica sede del Municipio). Lapide posta dalla Cassa di Risparmio nel 1948 nel centenario dell'insurrezione popolare. 

Via Cinque Giornate (antica sede del Municipio). Lapide posta dalla Cassa di Risparmio nel 1948 nel centenario dell’insurrezione popolare.

Nella pinacoteca di Como, via Diaz 84, è esposto il dipinto “La resa degli austriaci 22 marzo 1848 ” di Francesco Capiaghi, pittore e incisore comasco che fu protagonista delle lotte risorgimentali.

Numerosi sono stati i combattimenti e i colpi di mano durante la rivolta che coinvolse tutta la città; per chi volesse approfondire, segnalo il libro di Giovanni Visconti Venosta “Ricordi di gioventù. Cose vedute o sapute. 1847-1860“, Milano, Rizzoli, ed., dove l’autore racconta dettagliatamente gli avvenimenti che furono il preludio all’Unità d’Italia.

Nel 1849 a Como sventolava ancora il tricolore ma poi, con il ritorno degli austriaci, anche la cittadina lariana, come Milano, visse il dramma del loro ritorno con tutte le conseguenze del caso: esilio, carcere duro, impiccagioni… Ma questa è un’altra storia.

Al numero civico 63 di via Cinque Giornate, dietro una cancellata vi sono resti di antiche mura imperiali (successivamente distrutte dai milanesi durante la guerra decennale contro i Comensi) che vanno dalla fondazione di Novum Comum da parte di Giulio Cesare agli inizi del XII secolo.

Le antiche mura della fondazione di Novum Comun

Le antiche mura della fondazione di Novum Comum

Via V Giornate_4

Nel 1889 il Comune di Como per commemorare le storiche giornate, con cerimonie e grande partecipazione di cittadini, insignì di una medaglia i 215 superstiti. Al museo storico Giuseppe Garibaldi, ospitato all’interno di palazzo Olginati, piazza Medaglie D’Oro 1, nelle prime due sale si possono ammirare vari cimeli che ricordano la lotta dei patrioti comaschi per la liberazione della città dagli austriaci e per l’unificazione dell’Italia.

 

 

 

 

 

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IMAGO URBIS. La memoria del luogo attraverso la cartografia dal rinascimento al romanticismo

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Franz Hogenberg (incisore), “Mediolanum”, 1572, acquaforte, 37,1 x 47,5 cm Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli - Castello Sforzesco - Milano

Franz Hogenberg (incisore), “Mediolanum”, 1572, acquaforte, 37,1 x 47,5 cm
Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli – Castello Sforzesco – Milano

Il m.a.x. museo di Chiasso fino all’8 maggio 2016 ospita un’ampia e ricca esposizione di carte geografiche, vedute di città, piante, schizzi preparatori e matrici, xilografie, acquetinte, acqueforti, litografie e fotoincisioni, che, con l’invenzione della stampa, si diffondono a partire dal XV secolo.  Frutto di un connubio tra arte e scienza queste bellissime opere, realizzate da abili incisori e artisti, ci riconsegnano la ricchezza di un patrimonio e il valore del territorio.

Salomon Corrodi, “Lugano”, 1829-1835, acquatinta, 28 x 37 cm Collezione privata

Salomon Corrodi, “Lugano”, 1829-1835, acquatinta, 28 x 37 cm
Collezione privata

Sono oltre duecento i pezzi provenienti da collezioni private e pubbliche, musei storici e biblioteche.  Presente anche una rarità: la grande veduta prospettica “Venetie MD” del 1500 (1,34 x 2,82 m) di Jacopo de’ Barbari, prima rappresentazione di Venezia  a volo d’uccello.

Louis Jules, “Villeneuve, Vue de Chateaux à Bellinzona”, 1832, litografia, 29 x 23 cm Collezione privata

Louis Jules, “Villeneuve, Vue de Chateaux à Bellinzona”, 1832, litografia, 29 x 23 cm
Collezione privata

Una sezione particolare è dedicata al Cantone Ticino e all’area Insubrica con vedute e piante di città lungo l’asse nord-sud: da Bellinzona a Locarno, da Lugano a Mendrisio, Chiasso e Como.
Non mancano anche strumenti di misurazione e un globo celeste del 1694 dipinto a mano dal geografo e cartografo Giacomo Cantelli da Vignola.

Giorgio Domenico Fossati (incisore), “Bergamo”, circa 1740, incisione, 53 x 111 cm Collezione privata

Giorgio Domenico Fossati (incisore), “Bergamo”, circa 1740, incisione, 53 x 111 cm
Collezione privata

m.a.x. museo, via Dante Alighieri 6, Chiasso (Svizzera).
Orari: Lunedì chiuso. Martedì – Domenica: 10-12/14-18

Più info: http://www.centroculturalechiasso.ch

 

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Mafalda di Savoia, la principessa deportata

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Lungo Lago Mafalda di Savoia

di Selika Magatti

In occasione dell’8 marzo “Giornata internazionale della donna” dedichiamo questa pagina alla sfortunata principessa di Savoia e a tutte le donne perseguitate.

Il Lungo Lago Mafalda di Savoia inizia nei pressi della diga e termina al Tempio Voltiano. Ai giardini pubblici a lago vi è il monumento realizzato dallo scultore Massimo Clerici, dedicato alla principessa di Casa Savoia e a tutte le donne internate nei lager nazisti.

Lungo lago Mafalda

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, figlia di Re Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, nasce a Roma l’11 novembre 1902 e muore il 28 agosto 1944 nel lager di Buchenwald (Germania, regione Turingia, istituito nel 1937). Chiamata in famiglia Muti, è descritta come una persona dall’indole dolce e ubbidiente, e come la madre Elena, amante della musica e dell’arte. I suoi titoli sono: Principessa d’Italia, d’Etiopia e Albania.

Mafalda si sposa a Racconigi il 23 settembre 1925 col principe tedesco Filippo Langravio d’Assia-Kassel, discendente diretto di Guglielmo IV d’Assia-Kassel, fondatore del casato. Dal matrimonio nascono quattro figli: Maurice (1926-2013), Henry William (1927-1999), Otto Adolf (1937-1998) ed Elisabeth Margarethe (1940). I coniugi si trasferiscono a Roma in un casale situato tra i Parioli e la Villa Savoia, ricevuto come dono di nozze, cui imposero il nome di Villa Polissena, in memoria della Principessa Cristina d’Assia-Rotenburg (seconda moglie di Carlo Emanuele III di Savoia).

Nel settembre del 1943 Mafalda è a Sofia per onorare il cognato Boris III di Bulgaria (si racconta che Boris sia stato fatto uccidere da Hitler per essere diventato anti-hitleriano). Dopo le esequie di re Boris III, nonostante fosse stata avvertita dalla regina Elena di Romania del rischio che correva (l’8 settembre era stato firmato l’armistizio con gli alleati), Mafalda, che potrebbe fare come i suoi genitori e il fratello fuggiti a Bari, decide invece di tornare a Roma.
La capitale italiana è in mano ai nazisti ma, essendo moglie di un ufficiale tedesco, Mafalda forse ritiene di essere da loro rispettata. Purtroppo non è a conoscenza del fatto che il marito, pur essendo delle SS, sospettato come il cognato Boris di aver complottato contro Hitler, è prigioniero nel campo di concentramento di Flossembürg e di essere stata definita dal ministro della propaganda Goebbles nel suo diario “animale intrigante”.

Giardini a lago. Monumento dedicato a Mafalda di Savoia e a tutte le donne internate nei lager nazisti. Scultura di Massimo Clerici (2002).

Giardini a lago. Monumento dedicato a Mafalda di Savoia e a tutte le donne internate nei lager nazisti. Scultura di Massimo Clerici (2002).

Prima tappa del periglioso viaggio è l’ambasciata italiana di Budapest, qui le è messo a disposizione un aereo con destinazione Bari, ma il volo fa scalo a Pescara. Si rifugia allora a Chieti e vi rimane per otto giorni. Con mezzi di fortuna raggiunge a Roma i suoi tre figli (il maggiore Maurice è già in Germania col padre), alloggiati in Vaticano e protetti da monsignor Montini (futuro Papa Paolo VI). Il 22 settembre è chiamata dal comando tedesco per rispondere a una telefonata del marito, ma è un inganno: viene arrestata da Kappler e imprigionata per tre settimane.

Mafalda di Savoia

Mafalda di Savoia

Il 18 ottobre è deportata nel campo di concentramento di Resia (Bz) poi trasferita a Monaco, e in seguito a Berlino. Infine Mafalda è internata nel lager di Buchenwald nella baracca n. 15, sotto il falso nome di Frau Von Weber, con l’ordine di non rivelare la propria vera identità. Ma, i segreti, come le bugie hanno le gambe corte, e la notizia che la figlia del Re d’Italia è lì reclusa, si diffonde.
Il regime fu, come per tutti gli altri, molto duro, il freddo intenso e la vita del campo provarono molto Mafalda che, da quello che in seguito riferì il medico radiologo Fausto Pecorari, anch’egli internato, mangiava poco, e a volte distribuiva la sua razione ai prigionieri. I nazisti le misero accanto Maria Ruhnan, testimone di Geova, deportata per motivi religiosi, ritenendo che quest’ultima sotto interrogatorio avrebbe riferito loro le confidenze ricevute dalla principessa, ma ciò non avvenne.

L’epilogo
Il 24 agosto del 1944 gli anglo-americani bombardano Buchenwald, distruggendo anche la baracca n.15. Mafalda rimane gravemente ferita con bruciature e ustioni in tutto il corpo. Ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza nazista, subisce una lunga e dolorosa amputazione del braccio, per poi essere abbandonata nel postribolo, dove muore dissanguata e senza aver ripreso conoscenza.

Il cadavere fu inumato in una fossa comune con il cartello “donna sconosciuta”. Alla fine del conflitto, alcuni italiani scampati al lager e a conoscenza del fatto che Frau Von Weber era in realtà Mafalda di Savoia, riuscirono a ritrovare la tomba anonima e vi apposero una lapide d’identificazione. Il dottor Fausto Pecorari, al suo rientro a Trieste informò personalmente il principe Umberto del decesso della sorella. Ora la sfortunata principessa riposa a Konber in Taunus (Francoforte sul Meno).

Diversi libri la ricordano, io personalmente ho letto di Renato Barneschi: Frau Von Weber, Vita e morte di Mafalda di Savoia a Buchenwald (ediz. Rusconi 1982).
Nel 2005 è stata trasmessa in TV una fiction sulla sua vita, liberamente tratta dalla biografia storica di Cristina Siccardi (Paoline editoriale libri, Mi 1999 – e Fabbri Editori RCS Libri  Collana Le grandi biografie, Mi 2000).

 

 

 

 

Insubria

Cesare Cantù, il padre fondatore dell’Archivio storico lombardo

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GOCCE DI STORIA

LE VIE DI COMO

di Selika Magatti

Via Cesare Cantù. La via Cesare Cantù si snoda partendo dalla traversa di via Rovelli e sbocca a Porta Torre. È una via molto frequentata, vi si affacciano molti bei negozi oltre alla libreria Feltrinelli, ma l’edificio più importante è il Liceo Classico e Scientifico Alessandro Volta: costruito nel 1250, anticamente era un monastero di Monache Agostiniane. Nel 1270 venne finanziato dalla famiglia comasca Lucini e dal Vescovo Leone Lambertenghi, (del quale avremo occasione di parlare in quanto esiste una via a lui dedicata). La costruzione subì qualche modifica attorno alla metà del XVI secolo, quando venne edificata l’attuale chiesa Santa Cecilia (o dell’Adorazione), contraddistinta da una doppia aula, una per i fedeli e una per le monache di clausura.  Seminascosta dietro le colonne, da notare, sul portale della chiesa, l’effige della Madonna dei sette dolori, trafitta da un pugnale.

Nel 1561 il Monastero è affidato alla Compagnia di Gesù, e, nel 1773 con la soppressione dell’Ordine, è trasformato in Real Ginnasio di Como, guidato da Alessandro Volta, reggente e professore di fisica.

Cesare Cantù

Cesare Cantù (storico e letterato) nacque a Brivio il 5 dicembre 1804 e morì a Milano l’11 marzo 1895.
Giovanissimo (aveva diciotto anni) insegnò grammatica a Sondrio e successivamente nel ginnasio di Como. Professore al ginnasio Sant’Alessandro di Milano, nel 1833 perse la cattedra e venne carcerato per un anno sotto l’accusa di far parte del movimento clandestino fondato da Mazzini, la “Giovine Italia“. La vicenda gli precluse la via dell’insegnamento. Il Governo Austriaco gli concesse una pensione, ma decretò. “Che giammai possa essere reimpiegato in qualsiasi posto di pubblica istruzione”. Nel 1848, agli albori della rivoluzione, per non essere arrestato ripara in Piemonte. Durante le Cinque Giornate è di nuovo a Milano, dove dirige il giornale “La Guardia Nazionale” e collabora alla rivista storica e letteraria il “Ricoglitore Italiano e straniero“.

La fama gli arriva con la pubblicazione del romanzo storico “Margherita Pusterla” scritto durante la detenzione. Tra il 1838-46 scrive la “Storia Universale” in trentacinque volumi, pubblicata a Torino a cui fa seguito nel 1865-66 “Gli eretici d’Italia” in tre volumi, dove rivendica la posizione  della Chiesa nella storia italiana.

Dal 1860 al 1867 è deputato al Parlamento nei banchi dell’opposizione clericale/conservatrice al nuovo Stato. Nel 1873 è nominato direttore dell’Archivio di Stato di Milano, nello stesso periodo  diviene presidente  della Società Storica Lombarda, e, con l’autorità conquistata, riesce a concentrare tutti gli archivi nel palazzo del Senato. È a Roma nel 1870 quale storico del Concilio Ecumenico.

Tra i suoi scritti, ben 227, ricordiamo: “Il Giovinetto“, “Il buon fanciullo“, “Il galantuomo“, “La Storia degli Italiani“,  “La storia della letteratura italiana“, “Carloambrogio di Montevecchia“, “Storia di 100 anni“.

Sulla sua lapide posta a Brivio, dove è sepolto, si legge: “Studiando la Storia imparò il nulla delle grandezze e delle miserie”.

 

 

 

 

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  • Manet e la Parigi moderna
    Milano, Palazzo Reale, fino al 2 luglio.

    J. J. Winckelmann (1717-1768). I “Monumenti antichi inediti”. Storia di un’opera illustrata

    Max museo -Chiasso
    05.02.2017—07.05.2017

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