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Alla ricerca delle amiche scomparse

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di Pierangelo Piantanida

Sono più di 31mila le persone in Italia che non hanno dato più notizie di sé fra il 1974 e il 2015. E la tendenza è in aumento: ottomila nuove denunce nei primi sei mesi del 2015 e oltre 5.300 donne scomparse nel solo 2014, mille delle quali non ancora ritrovate.

Sembrano numeri attribuibili ad alcune nazioni, rette il più delle volte da regimi dittatoriali, nelle quali la vita umana è considerata ben poca cosa, sacrificabile in nome di qualsivoglia interesse economico o di potere…

Invece le “31.372 le persone ancora da rintracciare, dileguatesi tra il 1974 e il giugno del 2015“, si riferiscono al nostro Paese e all’ultima relazione semestrale del Commissario Straordinario per le Persone Scomparse. Una tendenza che è in costante e preoccupante crescita: “nei primi sei mesi del 2015, infatti, sono state presentate quasi ottomila nuove denunce e solo nel 2014 sono scomparse 5.364 donne, di cui 1.028 non sono state ancora ritrovate. Inoltre, secondo gli stessi dati, sono circa 200 le possibili vittime di reato […]”.

A citare tali numeri è Luciano Garofano, ex comandante dei Ris di Parma, nella postfazione al recente volume della giornalista Francesca Carollo “Le amiche che non ho più. Lucia, Federica, Roberta” (Tullio Pironti editore), in cui l’autrice racconta la storia drammatica di tre giovani donne (Lucia Manca, Federica Giacomini e Roberta Ragusa), “incontrate” quali casi d’investigazione nel suo percorso professionale per la trasmissione Quarto Grado. Indagine su tre donne scomparse e altrettanti uomini sotto accusa…

Un libro, annota la Carollo, “scritto perché le donne si ricordino sempre di tenere gli occhi ben aperti, quando qualcosa non va con i loro mariti, con i loro compagni o, più semplicemente, perché sappiano sempre essere vigili.

 

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Il patriota irredentista

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Gocce di storia

Le vie di Como

di Selika Magatti

La via Nazario Sauro è una parallela di viale Lecco, inizia nei pressi del Municipio e termina sul lato orientale delle mura all’imbocco di Torre San Vitale.

Il giovane Nazario
Nazario Sauro nasce a Capodistria il 20 settembre del 1880, all’epoca territorio dell’impero Austro-Ungarico.  Muore a Pola (Istria) il 10 agosto 1916. Dal matrimonio con Caterina (Nina) Steffè  nascono cinque figli ai quali impone nomi patriottici: Nino, Libero, Anita, Italo e Albania (in onore alla causa albanese).
La sua passione per il mare lo porta a iscriversi, come tanti suoi coetanei, al Circolo Canottieri Libertas di Capodistria che in seguito diverrà la base degli irredentisti col nome di “Casotto”; nel 1915 il “Casotto” subirà un devastante incendio da parte della polizia austriaca.

Nazario è un giovane ribelle poco incline agli studi, con il padre naviga per mare, abile marinaio a soli vent’anni è comandante di una nave mercantile. Si iscrive anche alla Scuola Nautica di Trieste e a ventiquattro anni diventa Capitano Marittimo di grande cabotaggio. Nel 1910 passa alla società di navigazione a vapore Capodistria: con questa compagnia trasporta carbone e bauxite facendo la spola tra Capodistria e vari porti dell’Adriatico, tra cui Trieste. Durante la sua vita di ufficiale marittimo è al comando di piroscafi passeggeri e da carico, acquisendo utili  informazioni per la Marina Italiana e entrando in contatto con alcuni irredentisti. Di fede repubblicana, vicino alle idee di Mazzini, Nazario sogna e lotta per un’Italia unita che comprenda oltre a Trento, anche la Dalmazia e l’Istria.

A fianco degli albanesi
Convinto assertore dell’indipendenza dei popoli, tra il 1908 e il 1913 Nazario Sauro effettua varie spedizioni trasportando clandestinamente armi e munizioni per gli insorti albanesi, anch’essi desiderosi di liberarsi dal giogo ottomano e dall’influenza austriaca. Trieste, per la sua posizione strategica diviene luogo d’incontro di agitatori e profughi albanesi.

Via N. SauroContro l’autorità asburgica
Il 21 agosto del 1913 furono emanati dal governatore di Trieste i “decreti Hohenlohe” che obbligavano gli enti pubblici a licenziare  gli impiegati che si rifiutavano di essere sudditi austriaci. Nazario Sauro definì questa imposizione una “legge anti italiana” e mai si assoggettò ad essa.
Nel 1914 allo scoppio della Grande Guerra, è espulso dalla Società di Navigazione e lascia l’Istria. Per sostenere la guerra contro l’Austria-Ungheria, il 2 settembre dello stesso anno giunge a Venezia con il figlio Nino, anch’egli coinvolto nell’attività clandestina: travestito da mozzo si nascondeva nelle stive dei piroscafi per portare clandestinamente passaporti falsi al Consolato Italiano di Trieste. Nel 1912 il Re d’Italia conferisce a Nino la medaglia d’Argento al Valor Militare.

L’entrata in guerra
Allo scoppio della guerra Sauro si arruola volontario nella Regia Marina con il grado di Tenente di vascello. Tra le varie attività svolte a favore dell’Italia ricordiamo l’ideazione di progetti militari tra cui un boa-vedetta-sommergibile (capace di trasportare due persone per lungo tempo) nonché azioni di sabotaggio e  oltre sessanta missioni lungo le coste istriane e dalmate.
Il  12 giugno del 1916 con il  cacciatorpediniere Zeffiro, comandato da Costanzo Ciano, entra nel porto di Parenzo e, con l’aiuto di due sentinelle alle quali si era rivolto in veneto, intraprende un’azione di fuoco che distrugge tutti i velivoli e l’hangar.
Il 4 luglio 1916 con il sommergibile Pullino attua una ricognizione nel golfo di Fiume e partecipa al danneggiamento del mercantile austriaco San Marco adibito al trasporto di truppe e di materiale bellico.
Il 30 luglio 1916 è di nuovo sul Pullino per una missione a Fiume, ma la corrente scaglia il sommergibile sullo scoglio della Galiola. Nell’impossibilità di disincagliarlo vengono distrutte tutte le apparecchiature di bordo allo scopo di auto affondarlo,  l’unità viene abbandonata e Sauro allontanatosi da solo su di un battello,  è intercettato dal cacciatorpediniere Satellit e fatto prigioniero.

La condanna e la sepoltura
Processato dal tribunale della Marina austriaca a Pola, Sauro dichiara una falsa identità, è però riconosciuto dei suoi concittadini e  dal cognato Luigi Steffè, Maresciallo della Guardia di Finanza austriaca. La madre di Nazario durante il confronto, allo scopo di salvarlo, finge di non conoscerlo ma inutilmente. Nazario Sauro è condannato all’impiccagione per  alto tradimento. L’esecuzione avviene il 10 agosto 1916 a Pola. La salma viene sotterrata in un luogo sconsacrato nei pressi del cimitero militare.
La notizia della morte di Nazario fu data alla famiglia che viveva a Venezia, il 28 agosto 1916 dal giornalista del “Gazzettino” Silvio Stringari a cui Nazario Sauro  aveva consegnato due lettere: una per la moglie e una per il figlio Nino.
il 26 gennaio 1919  la salma è riesumata e sepolta nel cimitero di Marina di San Policarpo a Pola e successivamente traslata nel Tempio Votivo del Lido di Venezia dove riposa dal 9 marzo 1947.

Onorificenze e dediche
Il 20 gennaio 1919 fu insignito da Re Vittorio Emanuele III della Medaglia d’Oro alla memoria. Nazario Sauro, con Guglielmo Oberdan e Cesare Battisti è ricordato nella Canzone del Piave e nel film del 1952 Fratelli d’Italia.
Una targa nel comune di Avezzano e un’altra a Roma in via Dei Serpenti, ricordano il soccorso da lui prestato ai superstiti del terremoto che il 13 gennaio del 1915  colpì l’area della Marsica in Abruzzo.
La Marina gli dedicò diverse unità  tra cui il sommergibile Nazario Sauro, donato nel 2002 al Comune di Genova; nel 2010 diviene un museo galleggiante visitabile  presso il museo di Galata del Mare.

 

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Papa Bergoglio: “La dimensione erotica dell’amore è un regalo meraviglioso di Dio” Pubblicata l’Esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’

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Sui divorziati: sì a comunione, casi valutati singolarmente. Su calo nozze: “Errore l’accento sulla procreazione”. Ribadito il no a eutanasia e aborto

Secondo Papa Francesco Bergoglio in nessun modo possiamo intendere la “dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia“: La sessualità, scrive Francesco, “è un regalo meraviglioso di Dio per le sue creature” che “abbellisce l’incontro tra gli sposi”, a condizione che non sia dominata dallo “spirito velenoso dell’usa e getta.

Queste parole, di grande portata innovativa per una visione positiva dell’uomo, il Papa le ha scritte nell’Esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia‘, firmata il 19 marzo e pubblicata il 9 aprile 2016, con la quale sancisce il punto d’arrivo dell’analisi e del dibattito sulla famiglia da lui voluti e portati avanti per più di due anni nel sinodo straordinario del 2014 e in quello ordinario dell’ottobre 2015. Si tratta di un testo di 260 pagine, suddiviso in 9 capitoli e 325 paragrafi nel quale, il pontefice affronta tutte le criticità che hanno messo in crisi la pastorale contemporanea: dai fallimenti matrimoniali all’omosessualità, dalle unioni civili alla contraccezione, al ruolo dell’amore e del sesso.

Papa Francesco

Nell’anno del Giubileo sulla misericordia, la porta d’accesso ai sacramenti per chi vive situazioni familiari “irregolari”, compresi i divorziati risposati, è aperta. Bergoglio tira le somme delle riflessioni che nei due sinodi hanno acceso i toni tra i presuli, tanto da spingere lo stesso pontefice, nella premessa del suo documento, a rilevare che la discussione “perfino tra i ministri della Chiesa“, si é estesa “da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche.

Il discernimento è la soluzione – La soluzione di papa Bergoglio è nel segno del discernimento che lo fa invitare a valutare caso per caso, perché, come sottolinea citando a suo sostegno san Tommaso d’Aquino, “quanto più si scende nelle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione.” La conclusione fa felici soprattutto coloro fra i vescovi che spingevano per un’apertura. Francesco fa suoi, infatti, tutti i passaggi contestati della relazione finale del sinodo più recente: ammette di considerare appropriato il paragrafo 85, quello sull’integrazione dei divorziati risposati che ottenne per appena due voti la maggioranza qualificata dei due terzi dei padri sinodali; cita il paragrafo 86, pure molto contestato, nel quale si rimanda il giudizio ai sacerdoti nel “foro interno”, cioè nel confessionale. Ripesca persino i passaggi più combattuti nella discussione del 2014. E in una nota a piè di pagina del capitolo più intenso, quello sull’accompagnamento delle “fragilità”, precisa il passaggio cruciale: “Le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” e questo “nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale.

Gli irregolari riammessi ai sacramenti – “Non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta irregolare vivano in stato di peccato mortale“, perché “la Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per i divorziati risposati “ci sono divieti che si possono superare.” Quindi, valutando caso per caso, potranno ricevere la comunione e fare i padrini e i catechisti in Chiesa. Non una regola generale, però, ma un discernimento affidato ai confessori come chiesto dai vescovi che hanno partecipato al Sinodo del 2015 sulla famiglia. “Nessun impedimento, quindi, alla riammissione ai sacramenti purché esistano le condizioni già suggerite dal sinodo: umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento.Atteggiamenti definiti da Francesco fondamentali “per evitare il grave rischio di messaggi sbagliati, come l’idea che qualche sacerdote possa concedere rapidamente eccezioni” o che si possano ottenere “privilegi sacramentali in cambio di favori.

Omosessuali, ogni persona va rispettata – Quello del Papa è un passo in avanti non uno strappo. La sua strada diplomatica passa attraverso una premessa che sottolinea come “nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti.” All’interno delle famiglie “ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto-” Sul gender viene definito “inquietante” che “alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini.” E in generale resta chiara la posizione per la quale il matrimonio cristiano “si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna.

Unioni civili e convivenze –  –Nel testo si fa cenno ad “altre forme di unione che contraddicono radicalmente questo ideale mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo.” Non è un’apertura piena alle unioni di fatto, ma il riconoscimento che anche nelle convivenze, ad esempio, “potranno essere valorizzati quei segni d’amore che riflettono l’amore di Dio” e che queste situazioni vanno “affrontate in maniera costruttiva” secondo lo spirito della “Chiesa ospedale” caro al pontefice. Nessuna apertura, invece, sui matrimoni gay, pur ribadendo grande rispetto per le persone omosessuali, così come sulla contraccezione. Bergoglio ribadisce la condanna della Chiesa sull’aborto, l’eutanasia, la teoria del gender, la pedofilia, la violenza che purtroppo si verifica anche in famiglia molto spesso a danno delle donne, la pratica dell’utero in affitto.

Il “mea culpa” per la rigidità – Bergoglio sottolinea che “la strada della Chiesa è quella di non condannare nessuno.” In questo senso è durissimo il mea culpa che il pontefice affronta prima ancora di entrare nel vivo delle questioni, quando afferma che “non serve pretendere di imporre norme con la forza dell’autorità” e aggiunge: “Dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica.” E ancora: “Abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta” e questo, scrive, “non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente ma tutto il contrario.” In particolare l’eccessivo peso dato al “dovere della procreazione” nel matrimonio e sull’insistenza quasi esclusiva, “per molto tempo”, su “questioni dottrinali, bioetiche e morali”, una concezione troppo “astratta”, negativa, e un “atteggiamento difensivo” nei confronti del mondo.

Lo stop agli anticoncezionali – Un aspetto sul quale Bergoglio sembra confermare le rigidità del passato è invece quello sugli anticoncezionali. La “Amoris laetitia” si aggancia infatti alla contestata enciclica Humanae Vitae di Paolo VI nel sostegno ai metodi naturali, pur ribadendo il concetto che portò Francesco in una conferenza stampa ad affermare che non si tratta di fare figli “come conigli”.
Le famiglie numerose sono una gioia per la Chiesa“, scrive il Papa, anche se questo “non implica dimenticare una sana avvertenza di san Giovanni Paolo II”, secondo il quale “la paternità responsabile non è procreazione illimitata o mancanza di consapevolezza” ma piuttosto “la possibilità data alle coppie di utilizzare la loro inviolabile libertà saggiamente e responsabilmente.” Confermando il sostegno alle adozioni e all’affido, per i quali si chiede una legislazione che possa “facilitare le procedure”, Bergoglio ribadisce poi la condanna dell’aborto (con l’invito alla obiezione di coscienza per chi opera nelle strutture sanitarie) e della violenza sulle donne oltre al  disappunto per la disuguaglianza nel loro accesso “ai luoghi in cui si prendono le decisioni.

La dimensione erotica dell’amore –  Il rispetto delle donne e più in generale quello reciproco di coppia ricorrono più volte nel testo, anche nel lungo passaggio con il quale il Papa esalta la “dimensione erotica dell’amore” che, scrive Francesco, “in nessun modo possiamo intendere come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia“: la sessualità, scrive Francesco “è un regalo meraviglioso di Dio per le sue creature” che “abbellisce l’incontro tra gli sposi“, a condizione che non sia dominata dallo “spirito velenoso dell’usa e getta.

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Due universi contrapposti: il paradiso è altrove

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di Eletta Revelli

Il paradiso è altroveUna nonna e suo nipote intrecciano la storia delle loro vite, senza mai neanche essersi conosciuti, nel romanzo di Mario Vargas Llosa “Il paradiso è altrove”, Einaudi.

Non si tratta però di due persone qualunque. L’autore, Premio Nobel per la Letteratura 2010, ha voluto infatti raccontare i drammi di Flora Tristàn, scrittrice socialista e grande femminista francese, e di suo nipote Paul Gauguin, il pittore che tutti conosciamo per essere stato un grande appassionato dei lontani paesi tropicali.

L’idea dello scrittore è geniale: trasformare le biografie dei due personaggi in vita reale, con emozioni, sentimenti, rabbie, paura e dolore. Ne esce un romanzo storico che spazia dal 1840 fino al 1903, in giro per il mondo dall’Europa, al sud America fino a Tahiti.

Il contrasto tra i due personaggi è molto forte e marcato. Da una parte c’è Flora Tristàn, una donna piena di principi di uguaglianza e giustizia sociale, autrice tra l’altro di vari testi di denuncia sociale, che vive e descrive la vita destinata alle donne del XIX secolo.

Saresti un bel parassita incistatosi nel tuo buon matrimonio. Non avresti mai provato la curiosità di sapere come fosse il mondo aldilà di quella gabbia in cui saresti vissuta confinata, all’ombra di tuo padre, di tua madre, di tuo marito, dei tuoi figli. Macchina di riproduzione, schiava felice, la domenica andresti a messa, faresti la comunione il primo venerdì e saresti, a quarant’anni, una matrona grassottella con un’irresistibile passione per la cioccolata e le novene. (…) E, naturalmente, non avresti mai preso coscienza della schiavitù delle donne, né ti saresti resa conto del fatto che, per liberarsi, era indispensabile che si unissero agli altri sfruttati per dare vita a una rivoluzione pacifica, tanto importante per il futuro dell’umanità come la nascita del cristianesimo milleottocentoquarantaquattro anni prima“.

Dall’altra parte Gauguin, un uomo di due generazioni successive, disperatamente in fuga dalle sue origini europee e borghesi, ma decisamente spregevole nel suo rapporto con le donne, soprattutto con le tahitiane, convinto di poterle sfruttare solo per i propri interessi sessuali adducendo come scusa la libertà sessuale che la civilizzazione europea gli avrebbe castrato.

Avresti confessato a Teha’amana i tuoi piani di ritorno in Francia solo all’ultimo minuto. Anche questo finiva. Dovevi essere grato a quella ragazzina. Il suo corpicino giovane, il suo abbandono, il suo spirito sveglio, ti avevano fatto godere, ringiovanire, e a volte sentire primitivo. La sua vivacità naturale, la sua operosità, la sua docilità, la sua compagnia ti avevano reso la vita piacevole. Ma l’amore era escluso dalla tua esistenza, ostacolo insormontabile per la missione d’artista, poiché imborghesiva gli uomini. Ora, con questo tuo seme dentro di lei, la ragazzina avrebbe cominciato a ingrossarsi, sarebbe diventata una di quelle indigene adipose, orrende, nei cui confronti tu, invece di affetto e desiderio, avresti sentito disgusto. Meglio troncare la relazione prima che finisse male. E il figlio o la figlia che avresti avuto? Beh, un bastardo in più in questo mondo di bastardi”.

Un romanzo storico da leggere da un lato per rispolverare vecchie conoscenze sull’arte, lo scrittore racconta con dovizia di particolari le maggiori opere di Gauguin inserendole nello stato d’animo del pittore, quasi sempre esasperato dal sesso e fiero di fare quadri “non dipinti con il pennello ma con il fallo.” Dall’altro per scoprire una scrittrice femminista sconosciuta ai più che ha cominciato a scuotere gli animi europei e ha posto le basi per i movimenti di liberazione sessuale ed operaia successivi.

 

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Uomo vs donna nello sport: una gara impari

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Testo e foto di Eletta Revelli

Forse non tutti sanno che, nel lontano 1985, le donne della Uisp (Unione Italiana Sport Per tutti) insieme ad alcune atlete e giornaliste sportive scrissero la Carta dei diritti delle donne nello sport,  documento che fu poi, due anni dopo, adottato anche dal Parlamento Europeo e successivamente  ampliato nel 2001. Forse non tutti lo sanno perché, a ben vedere, le opportunità nel mondo del pallone e delle scarpe da ginnastica sono ancora molto impari.

Questione di numeri – L’indagine Multiscopo 2011 TANGOS (Tavolo Nazionale per la Governance nello Sport) afferma che dal 1990 ad oggi la situazione è decisamente cambiata, con più donne nel mondo dello sport, ma siamo ancora anni luce lontano dall’equità: nella fascia di età tra i 20 e i 44 anni, ad esempio, le sportive sono il 20% contro più del 30% degli uomini. Nel mondo dei sedentari, al contrario,  le donne detengono lo scettro con il 44.4% mentre gli uomini si assestano al 39.8%. E come mai? Ci risponde Concetta Sapienza, la presidente della sezione comasca della Uisp. “I dati dell’Eubarometro 2010 sostengono che le donne italiane dai 15 ai 54 anni non si dedicano allo sport perché… non hanno tempo!

Uomini = 15 <>Donne = 0

La Top Ten delle donne sportive più belle – Le atlete, dunque, sono poche rispetto ai colleghi e, altra differenza, vengono molto spesso viste da “angolazioni” sbagliate. Fioccano, infatti, online siti che elencano le atlete soltanto in funzione delle loro curve. Il solito, banale, punto di vista maschilista ancora così difficile da estirpare.

La figura della donna sportiva è segregata ai margini in un mondo, quello dei media, dove la maggior attenzione (78%) è rivolta agli sportivi maschi, ovviamente primi tra tutti i calciatori, mentre alle loro colleghe spetta il ruolo di bombe sexy o di reginette del gossip. Talento e bravura di queste donne sono dati marginali .

Uomini = 30 <> Donne = 0

calcio ok

La Presidenza e i mass media – La donna è esclusa anche dai ruoli decisionali: non esistono infatti nelle federazioni sportive italiane né dirigenti né presidenti donne. Situazione, questa, che viola i diritti fondamentali di democrazia e di diritti umani e civili, così come il CEDAW, il principio di Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne del 1978. Da non dimenticare che i programmi televisivi dedicati allo sport nel Bel Paese, oltre a non dare attenzione alle atlete, si fregiano di pochissime giornaliste (meno del 10%), il più delle volte, in abiti succinti. Si sa, il maschio vuole godere dei suoi piaceri calcistici lustrandosi, al contempo, gli occhi con le grazie femminili …

Uomini = 40<>Donne = 0

Dilettanti allo sbaraglio… – La legge 91/81 “Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti” non è applicabile alle donne sportive. Loro sono e rimangono ancora delle “dilettanti”, anche se campionesse olimpioniche, perché nessuna disciplina femminile è mai stata riconosciuta dalle federazioni sportive nazionali, CONI in primis. Siamo nel 2016, la Carta dei diritti esiste da più di trent’anni e siamo ancora qui. Le atlete non possono essere professioniste! Ciò comporta l’impossibilità di avere un vero e proprio contratto di lavoro ma solo qualche tutela. Esiste, ad esempio, ancora la vergognosa clausola anti-maternità: in caso di gravidanza, gli accordi possono essere addirittura interrotti per inadempimento dell’atleta che è spesso costretta a pagare una penale …

Uomini = 1° Game<>Donne = 0

Cifre da capogiro ma solo nel mondo “azzurro” – Anche dal fronte stipendi, la situazione è decisamente sconfortante. Non è una novità dato che succede anche nelle altre professioni e ormai lo sappiamo tutti, ma vale la pena ricordarlo: le donne prendono la metà, se non meno, dei colleghi maschi.

Situazione tipica del calcio internazionale, purtroppo, e motivo per cui il 31 marzo scorso alcune grandi calciatrici statunitensi, vincitrici di tre Coppe del Mondo e ben 4 Olimpiadi, hanno fatto causa alla Federazione calcistica per discriminazione salariale. Il loro stipendio è quattro volte più basso rispetto agli uomini .

Uomini = 2° Game <>Donne = 0

Sponsor azzurro e sponsor rosa – Se non si parla spesso nei mass media delle atlete donne, sarà molto difficile reperire sponsor e quindi lo sport in rosa rimarrà senza soldi. E’ un po’ come un gatto che si morde la coda. Quando si comincerà a destabilizzare questo vortice millenario?

Uomini = 3° Game<>Donne = 0

La grazia delle adolescenti – Tra i giovani, in età compresa tra i 15 e i 24 anni, il 19% dei maschi pratica sport contro l’8% delle femmine. La maggior parte dei genitori ritiene che alcuni sport possano essere “pericolosi” per le loro figlie o che, addirittura, possano “sminuire la loro femminilità”. Meglio quindi incentivarle allo studio piuttosto che allo sport, meglio sedute a una scrivania davanti a un libro che con un ginocchio sbucciato. Se i mass media dessero più spazio alle campionesse delle varie discipline, aumenterebbe decisamente il numero di ragazzine interessate allo sport con conseguente miglioramento, ad esempio, della loro situazione fisica.

Uomini = 4° Game<>Donne = 0

calcio 2 ok

Il coro da stadio e la prostituzione – La figura della donna viene denigrata anche sugli spalti. In certe partite di calcio, come successo nella stagione passata nella Premier League in Inghilterra, basta la sola presenza di una donna in campo, in questo caso la fisioterapista di una delle squadre in gioco, per scatenare cori sessisti talmente spregevoli da indignare il Ministro dello Sport, Helen Grant e scatenare un putiferio. Episodi come questi sono sempre più frequenti sugli spalti di tutte le tifoserie che, da sempre, non sono proprio un habitat aperto alle donne … E che dire poi di quel viscido mercato di prostitute (donne e bambini) che vengono coinvolti nei grandi eventi sportivi? E’ un problema talmente massiccio e capillare da essere approdato sui tavoli dell’Unione Europea già nel 2006, ai tempi dei Mondiali in Germania.

Uomini = 5° Game<>Donne = 0

Mutandine e canestri – Si parla tanto di pari opportunità, ma poi si rimane sconcertati quando arrivano proposte che riportano l’orologio indietro di centinaia di anni. Nel 2011, la FIBA (Federazione Internazionale Basket-Ball) propose tre nuove regole decisamente discriminanti: 1) abbassare il canestro perché le donne non sarebbero in grado di raggiungere le stesse altezze dei maschi; 2) trasformare le partite in un tre-contro-tre in una sola metacampo, e anche qui perché sembrerebbero incapaci di compiere le stesse prodezze dei colleghi; 3) infine, rendere le divise più femminili e sexy per attirare il pubblico maschile. Morale della favola: la cestista sarebbe un’inetta, a malapena in grado di saltare, ma che deve avere un bel fondoschiena e due cosce in grado di eccitare il tifoso.

Uomini = Set<>Donne = 0

La storia dello sport ha riproposto le stesse identiche discriminazioni subite dalle donne nella vita di tutti i giorni. Le Olimpiadi sono state inventate ai tempi degli antichi Greci, ma il sesso femminile ha avuto libero accesso ad alcune gare (tennis e golf) soltanto ai primi del Novecento. Per il calcio, ha dovuto aspettare fino al 1930 con la fondazione del Gruppo Femminile Calcistico ma siccome le gambe delle donne sembrano responsabili di terribili “problemi emotivi” ai maschi, le calciatrici erano costrette a giocare indossando gonne lunghe fino ai piedi… Situazione che ancora si verifica in alcuni Stati dove la religione detta regole incomprensibili.

In Italia, siamo fortunatamente ben lontani dall’epoca in cui le donne venivano malmenate da maschi feroci e ignoranti se correvano una maratona, come accadde a Kathrine Switzer che, nel 1967, fu la prima donna a correre la maratona di Boston (in 4 ore e 20 minuti!) e, per questo motivo, fu spintonata da uno degli organizzatori che ritenevano il “gentil” sesso non idoneo alle imprese del sesso “forte”.

Viviamo in un Paese e in un’epoca in cui i documenti ci sono tutti, siamo subissate da carte sulla parità dei diritti di genere ma evidentemente questi fogli non hanno nessuna valenza, se poi in pratica non si fa nulla per cambiare le carte in tavola. La teoria non può portarci da nessuna parte senza la pratica. E la pratica vuol dire investimenti, educazione ed informazione.

In Italia, anche il mondo dello sport è dunque appannaggio maschile. E chi l’avrebbe mai detto? Match point!

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Uno sguardo sul domani

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di Eletta Revelli

“(…) Insomma, se non troverà un lavoro se ne tornerà al paese da cui è venuta, e dove ha famiglia, Qui non c’è lavoro per nessuno, disse Cipriano Algor seccamente.

La_cavernaNel 2000 Jose Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998, scrisse un libro davvero lungimirante, dal titolo La caverna, edito in Italia da Universale Economica Feltrinelli.

Per quanto la globalizzazione fosse ormai in corso da anni, la terribile crisi, cominciata di fatto nel 2007 negli Stati Uniti con il fallimento di alcune grandi banche, non aveva ancora invaso il continente europeo, mietendo migliaia di vittime, vittime triturate negli ingranaggi del sistema “lavoro” ed espulse sottoforma di disoccupati.

Non ho lavoro, non ho lavoro, mormorò, ed era questa la risposta che avrebbe dovuto dare, senz’altri fronzoli né sotterfugi, quando Marta gli ha domandato di che sarebbe vissuto. Non ho lavoro.

Questo il dramma che improvvisamente è costretto a vivere Cipriano Algor, vasaio sessantenne, e sua figlia Marta.

Una situazione spaventosa per questa famiglia di artigiani, costretti a rivoluzionare tutta la loro vita per cercare di compiacere i dettami del “Centro”, una  misteriosa entità che sta fagocitando l’intera umanità. Un Centro che fa il bello e il cattivo tempo con la vita delle persone, come se si trattasse di un gioco, armato di incomprensibili e glaciali regole burocratiche.

È stato definito uno dei romanzi fondamentali del nostro tempo, dovrebbe essere letto da tutti, sia da coloro che non comprendono, se non superficialmente, il dramma della situazione sia da chi vive, suo malgrado, la disoccupazione come realtà quotidiana. Per scoprire quanto siamo ormai impantanati nella globalizzazione e in una burocrazia disumana e per rendersi conto che questa rotta ci porta dritti dritti  al naufragio…

Che ne sarà di noi se il Centro deciderà di non comprare più, per chi ci metteremo a fabbricare stoviglie se sono i gusti del Centro a determinare i gusti di tutta la gente, si domandava Marta, non è stato il capoufficio a decidere di dimezzare gli acquisti, l’ordine gli è venuto dall’alto, dai superiore, da qualcuno per cui è indifferente che nel mondo vi sia un vasaio in più o meno, quello che è successo potrebbe essere stato solo il primo passo, il secondo sarà di interrompere definitivamente gli acquisti, dovremo essere preparati a questo disastro, sì, preparati, ma quello che vorrei proprio sapere è come si fa a prepararsi a prendere una martellata sulla testa.

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Quanto valgono le donne in Italia?

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di Pierangelo Piantanida

Fra i Paesi sviluppati, il nostro è il peggiore nel campo della partecipazione economica delle donne e per il raggiungimento della loro emancipazione a causa della dominante cultura maschilista.

I numeri parlano chiaro: su 145 Paesi, l’Italia è al 111esimo posto per quel che concerne la partecipazione economica delle donne, ponendo la nostra nazione nella peggior posizione fra quelle sviluppate. Una nazione nella quale la possibilità per una donna di migliorare il suo status lavorativo e raggiungere un posto di comando è pari a 3, 5, in una classifica che va da un minimo di 1 a un massimo di 7. Così soltanto il 29% dei dirigenti sono donne.

Donne che inoltre, quando lavorano (e lo fa meno del 47%, Perche le donne valgonocontro il 65% degli uomini), guadagnano assai meno dei colleghi maschi: 0,47 euro contro 1.00 euro di questi ultimi. La differenza di trattamento di genere non solo rappresenta una grave e ingiustificata discriminazione, ma si ripercuote anche in una perdita secca per l’economia nazionale, calcolata nel 15% del Pil.

Dati sulla condizione femminile nel Bel Paese, accompagnati da riflessioni che partono dagli ambiti lavorativi sino a giungere a quelli domestici e a fenomeni tristemente ricorrenti come il femminicidio, fanno parte del lavoro della giornalista Sabrina Scampini e si ritrovano nel libro “Perché le donne valgono, anche se guadagnano meno degli uomini”, dal 31 in marzo in libreria (Cairo editore). Nella sua analisi si comprende come il vero, grande nemico dell’emancipazione femminile sia la cultura dominante, che comporta un concezione maschilista in tutti gli ambiti: in casa, in famiglia, nei rapporti di coppia, sul lavoro. Una concezione da scardinare per giungere finalmente alla parità fra i sessi.

 

Idee e Parole

“Suffragette”, in un film la lotta delle donne per il diritto di voto

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di Alessandra Boga

Suffragette-locandina

Venerdì 3 marzo 2016 è uscito nelle sale italiane il film “Suffragette” della regista Sarah Gavron che racconta la lotta delle attiviste per il suffragio femminile in Gran Bretagna. Siamo nella Londra del 1912: la protagonista, Maud Watts (Carey Mulligan), è una giovane lavandaia che, durante la consegna di un lavoro, si trova coinvolta in una manifestazione per il diritto di voto alle donne, durante la quale riconosce una sua collega, Violet Miller che la incoraggia a partecipare alla rivolta e al movimento delle suffragiste – ricordiamo che il termine “suffragette” era usato all’epoca in senso dispregiativo.

Quelli di Maud e di Violet sono personaggi fittizi, ma nel film ci sono anche personaggi storici come Emmeline Pankhurst (interpretata dalla grande Meryl Streep) ed Emily Davison (Natalie Press).

La prima (Manchester, 15 luglio 1858 – Londra, 14 giugno 1928), nata in famiglia alto borghese, iniziò da bambina a prendere coscienza del fatto che le donne erano considerate inferiori dalla società. Una sera – Emmeline aveva circa sette anni – i genitori si avvicinarono al suo lettino per darle il bacio della buonanotte. Il padre, credendo che la piccola dormisse, disse con sospiro: “Se solo fosse un maschietto… ”.

Una volta cresciuta, con il sostegno del marito, l’avvocato Richard Marsden Pankhurst, 24 anni più grande di lei, Emmeline diede vita a vari gruppi femministi, come la Lega per il diritto di voto alle donne (Women’s Franchise League). Fu anche grazie a lei che, nel 1894, le donne ottenero il diritto di voto a livello locale. Nel 1903 fondò la Women’s Social and Political Union, che al tempo godeva cattiva fama anche perché le sue attiviste ricorrevano ad azioni violente, per affermare la loro giusta causa.

Membro dell’Unione, fu dal 1906 Emily Wilding Davison (Londra, 11 ottobre 1872 – 8 giugno 1913). In quanto donna, non le fu data la possibilità di laurearsi al St Hugh’s College dell’Università di Oxford, dove aveva studiato Lingua e Letteratura Inglese, perciò dovette adattarsi a lavorare come istitutrice. Nello stesso anno si iscrisse alla WSPU.

Dal temperamento particolarmente bellicoso, Emily venne arrestata per aver aggredito un uomo dopo averlo scambiato per David Lloyd George – altro personaggio storico del film – che ricopriva la carica cancelliere dello Scacchiere, cioè all’epoca il maggior responsabile della politica economica britannica. Dietro le sbarre si sottopose allo sciopero della fame, al quale le guardie carcerarie risposero con l’alimentazione forzata – non fu l’unico caso: se ne parla anche nel film “Angeli d’acciaio”, del 1994, che racconta la battaglia delle suffragette americane.

Emily Davison fu protagonista di altri gesti eclatanti per rivendicare il diritto delle donne al voto: arrivò persino a piazzare una bomba nella nuova casa di Lloyd George, non causando vittime ma grossi danni. Il 4 giugno 1913 attraversò di corsa il celeberrimo ippodromo di Epsom per attaccare alle briglie del cavallo di re Giorgio V – che partecipava ad una gara di galoppo – la bandiera viola, bianca e verde della WSPU, allo scopo di cercare di sensibilizzare il sovrano al diritto al suffragio femminile. Emily fu travolta dal cavallo e si spense 4 giorni dopo per le ferite riportate, tra cui una frattura al cranio. Giorgio V si limitò ad informarsi delle condizioni di salute del suo fantino, Herbert Jones – che aveva riportato un lieve trauma cranico – di quelle dell’animale e a lamentarsi per la giornata rovinata dal gesto della Davison. La regina madre, Alessandra, scrisse al fantino un telegramma parlando di un “triste incidente causato dall’abominevole condotta di una donna brutale e lunatica”. Invece il fantino reale Jones rimase traumatizzato da quanto accaduto e quindici anni più tardi partecipò al funerale di Emmeline Pankhurst, deponendo una corona di fiori “alla memoria della Signora Pankhurst e della Signorina Davison”. Si arrivò a collegare alla tragedia di Emily il suicidio di Jones, avvenuto nel 1951, ma il figlio dell’ex fantino reale ha smentito.

Il Parlamento britannico – che ha sede nel Palazzo di Westminster, all’interno del quale sono state girate alcune scene del film “Suffragette” – approvò il diritto di voto alle donne nel 1918, ma solo per le mogli dei capifamiglia al di sopra dei 30 anni. Si dovettero attendere ancora dieci anni, perché tale diritto fosse esteso a tutte le donne inglesi.

Idee e Parole

Napoli. Eleonora Pimentel Fonseca, un amore civico

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di Alessandra Boga

Dopo il successo dello spettacolo teatrale dedicato all’eroina della Repubblica Napoletana, il regista Riccardo De Luca propone di intitolarle una strada.

Pienone e ovazioni per ognuna delle tre serate in cui lo spettacolo, prodotto dalla neonata compagnia “Stati Teatrali” dell’attrice Annalisa Renzulli, è andato in scena nella splendida Sala del Capitolo all’interno del Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore a Napoli. Venerdì 19, sabato 20 e domenica  21 febbraio, gli spettatori hanno potuto ricordare un importante personaggio storico femminile legato alla città partenopea: Eleonora Pimentel Fonseca (13 gennaio 1752, Roma –  20 agosto 1799, Napoli), una delle principali figure  della breve esperienza della Repubblica Napoletana del 1799.

Di nobili origini portoghesi – era una marchesa –, il vero cognome di Eleonora era de Fonseca Pimentel, ma la sua famiglia, che si era trasferita a vivere tra Roma e Napoli dopo la rottura dei rapporti diplomatici fra il Regno del Portogallo e lo Stato Pontificio, volle italianizzarlo.

Eleonora_Fonseca_PimentelAncora bambina, Eleonora imparò a leggere e a scrivere in greco e in latino, insegnatole dallo zio, l’abate Antonio Lopez; crescendo apprese anche diverse lingue moderne e si dedicò allo studio delle lettere, arrivando  a comporre poesie di diverso genere – sonetti, cantate, epitalami –.
Venne ammessa ad importanti accademie letterarie e mantenne rapporti epistolari con numerosi letterati. In particolare, a 18 anni cominciò ad inviare le sue opere a Pietro Metastasio, considerato il riformatore del melodramma italiano, il quale le apprezzò notevolmente.
Inoltre Eleonora si applicò nello studio della storia, del diritto e dell’economia e partecipò ai salotti del giurista, filosofo e pedagogista Gaetano Filangieri, dove incontrò il medico e patriota Domenico Cirillo, uno dei promotori della Repubblica Napoletana, e l’abate, poeta e patriota massone Antonio Jerocades. L’adesione alle idee liberali, non le impedì di scrivere un poema, intitolato il “Tempio della gloria“, in occasione del matrimonio di re Ferdinando IV di Napoli e di Sicilia con la principessa austriaca Maria Carolina d’Asburgo Lorena; e per la nascita del loro primo figlio maschio, un poema intitolato “La nascita di Orfeo”. Eleonora fu ricevuta a Corte e per tanto tempo fu amica e bibliotecaria della Regina, con la quale partecipò proprio ai salotti delle personalità locali più illuminate del tempo.

Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria, era una fervida sostenitrice del dispotismo illuminato e lavorò per la creazione di una monarchia moderna; ma la Rivoluzione francese che portò alla ghigliottina sua sorella Maria Antonietta e suo cognato Luigi XVI, la fece diventare una spietata nemica e persecutrice di coloro con i quali aveva lottato e soprattutto dei giacobini, che avevano votato per la morte di Maria Antonietta e desideravano l’instaurazione della repubblica. L’accusa di essere una “giacobina”, colpì anche Eleonora, che fu arrestata nell’ottobre 1798.

Qualche mese dopo la liberarono i cosiddetti “lazzaroni”, giovani napoletani di ceto popolare che si avvalsero anche dell’aiuto di criminali comuni, pur di instaurare la Repubblica Napoletana; a quel punto la donna eliminò dal suo cognome il “de” nobiliare e divenne effettivamente una sostenitrice del sistema repubblicano, del quale salutò l’avvento a Napoli componendo l’ “Inno alla Libertà”.

Partecipò alla formazione del Comitato centrale che favorì l’entrata dei francesi a Napoli e diresse il giornale ufficiale della Repubblica, il Monitore Napoletano, che durò dal 2 febbraio all’8 giugno 1799. Tutto ciò non fece che acuire il risentimento dei Borbone nei suoi confronti e, quando questi rovesciarono la Repubblica Napoletana per re-instaurare la monarchia, Eleonora venne nuovamente arrestata e portata su una delle navi ancorate nel Golfo di Napoli con altre persone accusate di reati contro lo Stato in attesa delle sentenze.
Inizialmente il tribunale – la Giunta di Stato – si rese disponibile a rinunciare al processo contro la patriota, se in cambio lei se ne fosse andata per sempre in esilio – pena la morte –; ma tre giorni più tardi lo stesso tribunale dichiarò di aver commesso un “errore formale” e disattese la firma regia al precedente decreto, facendo valere invece una dichiarazione dell’Ammiraglio inglese Orazio Nelson – la cui amante, Lady Emma Hamilton, era diventata nel frattempo amica della regina Maria Carolina – : Nelson non riconosceva la capitolazione stipulata dei Borbone con i Repubblicani e sosteneva il loro ritorno a potere.

Eleonora Pimentel Fonseca, a 47 anni, venne condannata a morte il 17 agosto 1799 e impiccata il giorno 20 in Piazza del Mercato a Napoli insieme al principe Giuliano Colonna, all’avvocato Vincenzo Lupo, al vescovo Michele Natale, al sacerdote Nicola Pacifico, ai banchieri Antonio e Domenico Piatti e al duca Gennaro Serra di Cassano.

Lo spettacolo teatrale appena andato in scena per ricordare questa tragica figura storica, s’intitolava “Eleonora Pimentel Fonseca. Con civica espansione di cuore” ed è stato apprezzato anche dal sindaco Luigi De Magistris: “Questo lavoro non può finire qui perché è uno spettacolo bellissimo. E’ un lavoro che deve assolutamente girare perché parla di profondamente della nostra città”, ha detto il primo cittadino di Napoli.

Il regista Riccardo De Luca ha proposto di intitolare la celebre Piazza del Plebiscito a Eleonora Pimentel Fonseca da lui definita “la figura femminile più luminosa della storia di Napoli” e l’attrice Annalisa Renzulli, che l’ha interpretata sul palcoscenico, ha sottolineato che “l’affetto e la commozione che ci ha circondato in questi giorni dimostra quanto le persone tengano a lei” .

 

Idee e Parole

HARPER LEE e il mistero editoriale dell’ultimo romanzo…

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di Eletta Revelli

Camminando tra gli scaffali di una libreria, capita che l’occhio venga attratto da un’immagine, da un titolo o dal nome dello scrittore. Così quando vedi stampato in grande e in rosso il nome Harper Lee, su un romanzo il cui titolo non è Il buio oltre la siepe, rimani decisamente incuriosito. Ti si spalanca all’improvviso il baule dei ricordi e ti rivedi, da adolescente, quando sotto a un ombrellone al mare leggevi d’un fiato quel mitico romanzo contro il razzismo.

Memore di quelle emozioni passate, compri subito il nuovo libro ma prima di buttarti in quella storia, riprendi in mano l’amato Il buio oltre la siepe perché, leggi sulla quarta di copertina del nuovo romanzo, si tratta del suo proseguimento. Come da adolescente, così da adulta, rileggi in pochi giorni la storia della piccola Scout, di suo fratello e del padre Atticus, onesto e corretto avvocato in una cittadina del sud degli Stati Uniti, alle prese con un impegnativo processo in un’epoca storica in cui i neri non sono ancora considerati allo stesso livello dei bianchi.

Harper LeeLo divori ancora e ti ricordi i motivi per cui ti era piaciuto in passato, la scorrevolezza del testo, la suspense che si crea e l’argomento, così ti butti subito a capofitto in questo “sequel” dal titolo Và, metti una sentinella ma dopo poche righe l’entusiasmo si smorza. C’è qualcosa che non ti convince nella storia e anche nella scrittura. Ritrovare un Atticus così cambiato, convinto sostenitore della supremazia dei bianchi e dell’incapacità dei neri, lascia decisamente l’amaro in bocca…

Lo finisci e, onestamente, lo trovi un po’ deludente rispetto a tutte le aspettative che avevi. Cerchi online e scopri che, dietro a questo nuovo romanzo, c’è un alone di mistero… E’ stato pubblicato nell’estate 2015 da Tonja Carter, la nuova avvocatessa della scrittrice che per tutta la vita era stata seguita e consigliata dalla sorella, l’avvocato Alice Lee, recentemente deceduta, e questo nuovo legale sostiene di aver ritrovato il manoscritto per puro caso. Tuttavia i giornalisti del Washington Post hanno fin da subito dubitato di questo improvviso ritrovamento sostenendo che ormai la Harper, novantenne e malata da tempo, non sia in grado di intendere né di volere e che, con ogni probabilità, non ha neanche capito cosa sia successo…

Potrebbe, anche se il condizionale è d’obbligo, essere quindi una montatura editoriale ma resta il fatto che l’uscita di questo romanzo mi ha permesso di rileggere il vecchio libro della Harper e gustarne per una seconda volta storia e narrazione. Ed essendo l’argomento, purtroppo, decisamente ancora attuale anche nel nostro Bel Paese, vale la pena di riposizionare i riflettori su Il buio oltre la siepe.

Nelle Harper Lee, nata a Monroeville il 28 aprile 1926 e morta nella stessa città il 19 febbraio 2016. Famosa scrittrice statunitense, ha vinto il Premio Pulitzer per il romanzo Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960. Da questo libro, due anni più tardi, è stato tratto un film che ha vinto ben 3 premi Oscar. Nel 2007 è stata premiata dall’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush con la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile statunitense, con la seguente motivazione "Ha influenzato il carattere del nostro paese in meglio. È stato un dono per il mondo intero. Come modello di buona scrittura e sensibilità umana questo libro verrà letto e studiato per sempre". Nell’estate 2015 è uscito il suo secondo romanzo, Và, metti una sentinella.
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