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Giordania, una palestra che insegna alle donne a difendersi

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di Alessandra Boga

Lina-Khalifeh_3L’idea di aprire uno spazio di corsi di autodifesa femminile, è stata di Lina Khalifeh, 30 anni, ex campionessa di Taek Won Do. Ha iniziato nella cantina di casa sua nella capitale giordana, Amman, dopo che una sua ex compagna di università era arrivata coperta di lividi perché il padre e il fratello la picchiavano e, quando Lina le ha detto che avrebbe dovuto “fare qualcosa”, lei ha dato una risposta rassegnata: “Siamo donne, non possiamo fare niente”. Allora la ragazza ha deciso, anche perché da bambina ha conosciuto sulla propria pelle il bullismo: dopo due anni è riuscita ad aprire una palestra per insegnare alle donne a difendersi: l’ha chiama “She Fighter”, “Lei Lottatrice”.

E’ la prima palestra di questo genere non solo in Giordania ma in tutto il Medio Oriente. “Mi dicevano di lasciar perdere, che non avrebbe funzionato. Ma ho ricevuto il sostegno di così tante persone e sono state così tante le donne che si sono iscritte ai nostri corsi che nel 2014 ci siamo dovute spostare in un locale tre volte più grande”. Lo ha detto di recente ad un convegno a Bologna, dove ha parlato del suo lavoro, come ha fatto anche a Pisa, Roma e Padova , insieme tra l’altro alla nota “Un ponte per …”, attiva in Giordania da 10 anni per offrire sostegno, protezione e assistenza legale alle donne giordane, siriane e palestinesi.

“She Fighter” c’è dal 2012 e fino ad oggi vi si sono rivolte grazie all’organizzazione circa 2 mila rifugiate ed ora, dopo aver fondato la sua palestra in Giordania, Lina Khalifeh vorrebbe crearne una in altri Paesi arabi, inclusa l’Arabia Saudita.

La sua storia su Globalist.it, nell’articolo Lina Khalifeh, la donna che insegna l’autodifesa in Medio Oriente”.

 

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SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO NOI CI FERMIAMO! Sciopero globale l’8 marzo. Il piano femminista antiviolenza proposto da Non una di Meno

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E’ un documento costruito dal basso, che “aspira a raccogliere definizioni, pratiche e metodologie contro la violenza maschile sulle donne. che si articola in una molteplicità di forme e aggredisce tutti i campi dell’esistente: dal lavoro, alla salute sessuale e riproduttiva, passando per la formazione e la narrazione mediatica che da sempre utilizza strumentalmente i corpi delle donne”.

“In Italia abbiamo imparato concretamente a vedere la profonda interconnessione tra i vari diritti e come ve ne siano di fondamentali per la realizzazione di tutti gli altri. La questione della salute delle donne resta centrale e una vita libera dalla violenza maschile è il primo passo; il secondo è avere accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e quindi poter scegliere della propria vita e del proprio corpo. I diritti sessuali e riproduttivi hanno infatti un impatto sullo stato di benessere complessivo, con effetti sociali ed economici di vasta portata.

Nei paesi in cui le persone hanno accesso a servizi completi per la salute sessuale e riproduttiva, compresa un’informazione adeguata sui metodi e gli strumenti contraccettivi, è possibile realizzare importanti progressi nello sviluppo, riducendo la povertà e favorendo persino la crescita economica.

A fronte di migliori condizioni di salute per donne e ragazze si aprono infatti maggiori opportunità di istruzione, lavoro, coinvolgimento nella comunità, partecipazione politica ai processi decisionali.

Assicurare alle donne cure prenatali e ostetriche con personale qualificato e rispettoso in un ambiente sicuro, garantire a quelle con complicazioni l’accesso tempestivo al pronto soccorso e a cure ostetriche di qualità, fornire informazioni corrette sulle malattie a trasmissione sessuale, Hiv e Aids, vuol dire promuovere scelte sessuali e riproduttive sane, autonome e sicure. Inoltre, i servizi volti alla salute sessuale e riproduttiva sono spesso quelli che accolgono chi ha subito violenze. Creare, potenziare e favorire l’accesso di donne e ragazze a tali servizi non significa solo garantire un diritto fondamentale ma permette di affrontare e prevenire questo grave fenomeno.

Denunciare quindi le molteplici forme di violenza e la sua complessità articolata ha portato a questa tappa dell’8 marzo e all’idea di uno sciopero globale che faccia emergere anche la condizione lavorativa in cui si trova il mondo femminile. L’8 marzo si fermeranno quindi le lavoratrici precarie, dipendenti, autonome e disoccupate, del settore pubblico e di quello privato, grazie alla copertura sindacale garantita a tutte e tutti per 24 ore. Oltre allo sciopero lavorativo, è possibile aderire anche trovando un momento della giornata per partecipare agli eventi della città, oppure non esercitando una delle tante attività domestiche o di cura che non vengono riconosciute né retribuite.

 

Sciopero globale delle donne
L’8 marzo sono previsti presidi, mobilitazioni, flash mob in tante città italiane, con una convergenza oraria di diversi cortei nel pomeriggio, a Roma alle ore 17 al Colosseo. I colori previsti dallo sciopero sono il nero e il fucsia.

Lo slogan scelto: “Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo!

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La Corte UE condanna l’Italia per le scarse risorse per prevenire e tutelare le donne contro la violenza

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violenza-sulle-donne-in-casa-propriaLa Corte Europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il caso di Andrei Talpis, che nel novembre 2013 massacrò di coltellate la moglie Elisabetta che sopravvisse ma uccise invece il figlio di 19 anni accorso in aiuto della madre. La donna era stata costretta ad abbandonare la casa rifugio antiviolenza per mancanza di fondi.

L’Italia secondo Strasburgo, ha violato la Convenzione dei diritti umani per il mancato tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria dopo la denuncia della donna contro l’uomo. Una circostanza che purtroppo non rappresenta un caso unico.

“In Italia c’è una legge sul femminicidio che punisce chi commette un reato contro le donne, ma sulla loro protezione e quindi sulla prevenzione del fenomeno si fa ancora troppo poco” spiega Carla Quinto, avvocato responsabile dell’ufficio legale della cooperativa sociale Be Free, che si occupa di tratta e violenza sulle donne. “Purtroppo in Italia presentare una denuncia per violenza non implica l’obbligo di intervento con una misura cautelare come per esempio il divieto di avvicinamento, che rimane a discrezione dell’autorità giudiziaria. – chiarisce l’avvocato – Il problema è che spesso viene sottostimato il pericolo per l’incolumità della donna e dei suoi famigliari, e non viene richiesta o concessa la misura cautelare nei confronti di chi invece rappresenta a tutti gli effetti una minaccia”.

Eppure sono previste misure cautelari, a seconda della gravità delle situazioni: l’allontanamento di casa del famigliare autore del reato, il divieto di avvicinamento, nei casi più rischiosi si può ricorrere agli arresti domiciliari. Le misure cautelari però non scattano automaticamente con la denuncia, nemmeno se sono richieste esplicitamente.

Legge sul femminicidio e la non applicazione della Convenzione di Istanbul
Uno dei problemi principali è che la legge 119 sul femminicidio del 2013 per molti ha ancora tanti limiti. Nel 2014 l’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti di donne e la violenza domestica, che si fonda sui concetti di prevenzione, protezione, punizione e risarcimento per le donne vittime di violenza. “La legge sul femminicidio in Italia dovrebbe ratificare la Convenzione – spiega l’avvocato Quinto – ma nei fatti prevede solo interventi a posteriori ed è carente dal punto di vista della protezione”.

A che punto è lo stato di attuazione della Convenzione di Istanbul, ratificata dal nostro governo nel 2014
Aspettiamo da anni che venga applicata per combattere efficacemente, con azioni integrate, la violenza contro le donne dichiara Loredana Taddei, responsabile delle Politiche di genere Cgil. Le leggi ci sono – continua Taddei – ma sono solo in parte attuate e con troppa lentezza, lasciando da sole le donne, e questa è una delle ragioni per cui spesso non denunciano”.

Centri antiviolenza e case rifugio verso la chiusura, risorse insufficienti
Poiché le misure cautelari nei confronti dei loro carnefici vengono applicate poco e sempre in ritardo sulle minacce, nella maggior parte dei casi sono le donne vittime di violenza a dover abbandonare la propria abitazione insieme ai figli, stravolgendo la loro vita.

È successo anche a Elisabetta Talpis, che si era rifugiata in una casa protetta per sfuggire al marito, anche se poi era dovuta tornare a casa dopo tre mesi perché non c’erano più soldi per la sua accoglienza.

E qui si apre un altro problema: sono troppo pochi i rifugi antiviolenza e hanno scarse risorse a disposizione. Senza contare che c’è perfino incertezza nelle procedure di assegnazione dei finanziamenti previsti dalla legge 119.

“Nel 2016 ci sono stati 116 casi di femminicidio – denuncia Taddei di Cgil – e ancora oggi sono poche le case rifugio che possono accogliere le donne e i loro figli”.
Pochi posti letto rispetto al numero delle vittime, pochi soldi a disposizione, attività portate avanti perlopiù dai volontari, tanto che molte strutture sono costrette a chiudere i battenti.

I centri sono poco più di cento in tutta Italia, ma negli ultimi sei mesi uno su quattro si avvia alla chiusura per insufficienza dei fondi. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla violenza contro le donne prevede uno standard minimo di un posto in un centro antiviolenza ogni 10mila abitanti. Il che significherebbe, solo per Roma con i suoi 4 milioni di abitanti, almeno 400 posti nei centri antiviolenza. Invece ce ne sono circa 40 e la media di Roma è in linea con quella nazionale”. I posti attualmente sono in tutto 500 a fronte dei 5mila previsti dalla Convenzione: “Significa che l’Italia copre soltanto un decimo del fabbisogno dello standard minimo previsto dall’Europa.

La Rete “Non una di meno
E’ anche il problema dei centri antiviolenza, quello della prevenzione e protezione delle donne contro la violenza di genere, sono i temi per cui si batterà la Rete “Non una di meno”, a cui ha aderito il mondo dei sindacati, dell’associazionismo femminile e dei collettivi di donne.

Sciopero l’8 marzo -In occasione della giornata internazionale delle donne, è indetto uno sciopero generale contro la violenza di genere in tutte le sue forme. Ma sarà solo una tappa della grande mobilitazione che punta a riscrivere “dal basso” il piano antiviolenza in scadenza in Italia.Tra i progetti, c’è anche quello di un tavolo giuridico che dia finalmente applicazione alla Convenzione di Istanbul, uno sul lavoro e sulla formazione, per prevenire anche la precarizzazione delle donne, la violenza e il mobbing sul lavoro.
Dal mondo Donne

Marocco, stop alla vendita del velo integrale

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di Alessandra Boga

VelointegraleL’annuncio è avvenuto alcuni giorni fa: il ministero dell’Interno marocchino ha inviato un’ordinanza per vietare di produrre e vendere veli integrali – quelli che lasciano visibili solo gli occhi – .  Si esortava i negozianti a sbarazzarsi di questa merce in 48 ore; in caso contrario sarebbe stata sequestrata e chiuse le attività commerciali. La ragione è legata alla sicurezza, visto che è capitato più volte, persino nei Paesi islamici, che il velo integrale venisse portato per compiere crimini, attentati compresi. Spesso ci sono sotto anche uomini, dato che questo indumento non permette affatto l’identificazione: serve per nascondersi o per nascondere, annullare il corpo della donna “per non attrarre sguardi maschili”.

Il Marocco di Re Mohammed VI sta già da tempo facendo il possibile per combattere l’estremismo islamico: gli stessi sermoni previsti per la classica preghiera comunitaria del  venerdì, vengono sottoposti al controllo di ispettori reali, perché non propagandino odio – e, immaginiamo, neanche misoginia – . In occasione dell’ultimo anniversario dell’indipendenza del regno, il 18 novembre scorso, il sovrano, ritenuto principe dei credenti (amir al-mumin) e discendente diretto di Maometto –  ha fatto un’affermazione coraggiosa, rivoluzionaria: come potrebbe dire un qualsiasi liberale musulmano ha negato che ci siano le famose vergini  che attenderebbero i terroristi islamici in Paradiso – benchè loro e i loro sostenitori li considerino martiri –.

 

Donne

Sacagawea, indiana del popolo Shoshone, simbolo femminista statunitense all’inizio del XX secolo

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di Alessandra Boga

Il 20 dicembre 1812 muore ad Omaha, nello Stato americano del Nebraska, Sacagawea, donna nativa americana nata nel 1788 a Salmon (Idaho), nella tribù degli Agaidika (“mangiatori di salmoni”) del popolo degli Shoshoni. Simbolo di emancipazione femminile per il National American Woman Suffrage Association (NAWSA), famosa associazione suffragista americana che ebbe tra le leader Alice Paul e Lucy Burna e le dedicò numerose statue e targhe.

A 12 anni la giovane venne rapita durante una battaglia da una tribù nemica, quella degli Hidatsa, e venne portata in Dakota del Nord, dove l’anno successivo sposò un commerciante di pelli francese, Toussaint Charbonneau, che aveva già un’altra moglie nativa americana: Otter Woman. Le avrebbe comprate entrambe oppure avrebbe vinto Sacagawea al gioco.

Il “marito”, da cui le ragazzina era nel frattempo rimasta incinta, tra il 1804 e il 1805 venne ingaggiato come traduttore da due noti esploratori virginiani, Meriwether Lewis e William Clark, che diedero il nome ad un’esplorazione che condussero in America nord-occidentale. Sacagawea fu ingaggiata per aiutarli nella comprensione della sua lingua, trattare con la sua gente e condurre la loro impresa. Lewis e Clark apprezzarono talmente la collaborazione della giovane, che chiamarono con il suo nome il fiume Missouri, dopo che lei era riuscita a recuperare un loro diario ed altri documenti che erano finiti in acqua.
Dopo la spedizione, Sacagawea e Charbonneau accettarono l’invito di Clark a stabilirsi con lui a Saint Louis e loro gli affidarono l’istruzione del primogenito Jean-Baptiste, che era nato nel forte Mandan, costruito da lui e da Lewis. Secondo la testimonianza di un reverendo, Scagawea morì di febbre attorno ai 25 anni, lasciando la secondogenita Lisette.

sacagawea-statue-bismarck-nd-2004Sono poche le notizie riguardanti la giovane e anche questo contribuì a crearne mito e successive leggende che  la riguardavano, come quella secondo cui ella lasciò il marito per tornare nella sua terra, della quale secondo una testimonianza sentiva effettivamente molta nostalgia. A lei fu dedicato un monumento nel 1963 nella riserva indiana di Wind River nel Wyoming, dove il 9 aprile 1884 morì una donna Shoshoni di nome Porivo (donna-capo), che secondo il reverendo che celebrò il funerale, sarebbe stata la stessa Sacagawea.

Quest’ultima in base delle dicerie avrebbe avuto relazioni sentimentali con Lewis e Clark, ma non c’è affatto conferma. E’ certo comunque che a Clark la legò particolare affetto e spesso gli faceva dei favori.

Sulla storia della protagonista di questo articolo vennero scritti anche alcuni romanzi e girato un film western intitolato “I due capitani” (1955), che parlava delle avventure di Lewis e Clark, interpretato da Charlton Heston, Sacajawea da Donna Reed e Lewis da Fred MacMurray.

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“Il velo non è un obbligo religioso islamico, ma un segno sociale e culturale”

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di Alessandra Boga

Ritorna la questione del velo, sempre più usato dalle donne musulmane e persino dalle ragazze di seconda generazione. Infatti poco tempo fa, sulla tv canadese è comparsa una presentatrice velata e ciò ha riacceso il dibattito anche sui media arabi.

Un dibattito da cui tuttavia è emerso che il velo considerato “islamico” – di cui l’hijab, quello che lascia scoperto il viso, è il tipo più comune – in realtà non è tale, ma è piuttosto un segno culturale e sociale.

Ad affermarlo, anche se purtroppo la cosa non ha avuto il dovuto risalto, è stato uno sheikh dell’Università Islamica di Al-Azhar, situata all’interno dell’omonima moschea del Cairo: si tratta del principale centro teologico dell’islam sunnita.

Mustafa Mohammed Rashid

Mustafa Mohammed Rashid

Lo sheikh in questione è  Mustafa Mohammed Rashid, che nel 2012 ha “spiegato” il velo secondo la giurisprudenza islamica. Ha soprattutto interpretato i versetti coranici contestualizzandoli storicamente, sottolineando che invece l’assenza di una loro esegesi storica abbia portato confusione su questo tema.
Ha chiarito che il Corano non dice affatto che le donne debbano coprirsi il capo – il velo non è un fard, un obbligo religioso, come  lo è invece  la modestia nel vestire e nel comportamento sia per  le donne che per gli uomini –. Lo sheikh non è certo il primo a fare queste osservazioni – recentemente ricordate in un articolo della giornalista marocchina Karima Moual sul quotidiano La Stampa –, ma è rilevante che a fare certe considerazioni ci sia anche lui, vista l’istituzione a cui appartiene, che non sempre si è dimostrata aperta ai diritti delle donne.

Per questo motivo, come scrive anche Karima Moual,  l’ “islamicità” di una donna musulmana non è data dal velo sulla testa e i media internazionali non dovrebbero dare spazio soprattutto alle “velate”, considerando di fatto solo loro come musulmane.

Dal mondo Donne

Arabia Saudita. Le donne vogliono abolire il wali, il loro guardiano carceriere

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di Alessandra Boga

In Arabia Saudita, dove regna il rigoroso Islam wahhabita, esiste ancora oggi in base alla shar’ia (la legge islamica) una figura maschile chiamata wali, un uomo “guardiano”, “protettore” della donna, vista come eterna minorenne: per questo è ritenuta “bisognosa” di un parente maschio che le faccia da tutore e che la controlli  letteralmente durante tutta la sua vita – nel caso di una donna vedova, il “guardiano” può essere il figlio –.

2015. Donne per la prima volta in fila per votare

2015. Donne per la prima volta in fila per votare

Come spiega l’agenzia di stampa NENA (Near East News Agency), il guardiano può accordare o negare alla donna a proprio piacimento di “uscire dal paese, ricevere cure mediche, sposarsi, lavorare, studiare, chiedere l’emissione del passaporto e di qualsiasi altro documento di identità, addirittura uscire di prigione alla fine della pena”. Si ricordi poi che le donne in Arabia Saudita non possono neanche guidare – e per questo hanno lanciato anche una campagna per rivendicare questo diritto – .

Ebbene, di recente ci sono state donne saudite che hanno deciso davvero di dire “basta” a tutto ciò e hanno lanciato la campagna “ I’m my own guardian (“Sono io la guardiana di me stessa) e Stop Enslaving Saudi Women (Basta schiavizzare le donne).

Tale campagna è stata lanciata nel  settembre scorso in particolare dall’attivista e ricercatrice Hala Aldosari, subito sostenuta da associazioni umanitarie, e tuttora viene condotta a colpi di firme e tweet per chiedere appunto l’abolizione della figura del wali, del sistema di “tutela” nei confronti delle donne da parte degli uomini. A settembre è stata inviata con questo scopo a Re Salman dell’Arabia Saudita una petizione che ha superato le 14.600 firme.

In passato, nel 2009 e nel 2013, il governo saudita aveva promesso, dietro sollecito del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, di abolire la figura del wali, intanto faceva qualche insignificante riforma che desse un contentino a coloro che manifestavano: ma il “guardiano” rimaneva e rimane. Inoltre, dopo poco tempo, le proteste che si sono avute contro gli account delle attiviste della campagna, hanno convinto Twitter a bloccarli.

Come l’agenzia NENA sottolinea, il secondo azionista del social network è il famoso principe saudita  al-Waleed al Bin Talab Bin Abdulaziz Al Saud, che detiene il 5,2% delle azioni. In seguito Twitter ha comunque ripristinato i profili, che erano quelli relativi alla ong  S.A.F.E Movement e al suo direttore, Isaac Cohen – c’entrerà anche l’ostilità nei suoi confronti in quanto ebreo, visto che dall’altra parte ci sono i petrodollari della “nemica” Arabia Saudita? –.

Naturalmente nel regno arabo è ancora più forte il “dissenso”, fomentato dai vari religiosi islamici a cominciare dal Gran Muftì Abdulaziz al-Sheikh, la maggiore autorità dell’islam sunnita in Arabia Saudita e capo del Comitato permanente per la ricerca islamica e l’emissione di fatawa – plurale di fatwa, che significa editto religioso islamico  -. Proprio in uno di questi pronunciamenti, il personaggio ha bollato la campagna I’m my own guardian come “un crimine contro l’Islam e una minaccia esistenziale alla società saudita”; a suo avviso «si tratta di un appello diabolico che va contro la Shari’a e le indicazioni del profeta”.

Gran Muftì Abdulaziz al-Sheikh era già noto per aver emesso sentenze shock, come quella con cui alcuni anni  fa ha autorizzato a sposare bambine tra i 10 e i 12 anni perché “Le nostre madri e nonne si sono sposate quando erano a malapena dodicenni. La buona educazione rende una ragazza pronta a svolgere tutti i compiti coniugali a quell’età“. Secondo la tradizione islamica Maometto, quando era sui cinquant’anni, sposò Aisha che era una bambina di 6 anni ed ebbe il suo primo rapporto sessuale con lei, quando la piccola aveva 9 anni. E comunque nel frattempo, 1.400 anni dopo, dovrebbe essere passata un po’ di acqua sotto i ponti. Idem naturalmente per la questione del wali.

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In Italia per le donne le retribuzioni sono del 7% in meno rispetto allo stesso lavoro svolto da uomini

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La differenza è massima soprattutto nei servizi finanziari e nei servizi. E nei ruoli di vertice, la prevalenza maschile è netta.

In Italia gli uomini guadagnano per le stesse mansioni in media il 7,2% in più rispetto alle donne. La retribuzione lorda annua per i lavoratori di genere maschile, nel 2014, è stata pari a 29.891 euro contro i 27.890 euro delle colleghe. Le differenze retributive sulla base del genere sono documentate dal Gender gap report 2015, uno studio realizzato dall’Osservatorio di JobPricing, portale che fa riferimento alla società di consulenza Hr Pros.

Nella classifica dei Paesi meno discriminatori all’interno dei 28 Stati dell’Unione europea, l’Italia si piazza al quarto posto, dietro Slovenia, Malta e Polonia secondo i dati rilevati al 2012. Tutti i principali Paesi europei mostrano una differenza di stipendio ben al di sopra del 10%, con una media continentale che si attesta al 16,4 per cento.

La forbice si allarga soprattutto nei comparti servizi finanziari (+27,5% in favore degli uomini) e servizi (+14%). La tendenza si inverte invece nei settori agricoltura (dove le donne guadagnano il 13,2% in più) ed edilizia (+12,6%).

Le differenze sottolineate dallo studio non stanno solo nel divario salariale, ma anche nelle posizioni ricoperte all’interno delle aziende: nei ruoli di vertice, la prevalenza maschile è netta. In particolare, il 71% dei dirigenti e il 58% di quadri sono uomini. Tuttavia le donne dirigenti sono passate dal 24% del 2004 al 29% del 2013, mentre il dato relativo alle lavoratrici occupate con il ruolo di quadro è aumentato dal 39 al 42 per cento.

Infine, le differenze di genere sono evidenti anche nel rapporto tra livello di istruzione e stipendio. In Italia il numero di donne lavoratrici e laureate, 3,5 milioni, supera quello dei colleghi maschi, che si fermano a 2,9 milioni. Eppure, un uomo con un titolo accademico guadagna in media 48mila euro lordi all’anno, mentre una donna solo 36mila, con un differenza del 33,3 per cento.

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Corte Costituzionale: per i figli nati nel matrimonio, possibile avere il cognome della madre

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di Alessandra Boga

Se ne dibatteva da tempo, ma oggi è arrivata la svolta storica, decisa dalla Corte Costituzionale: i figli nati all’interno del matrimonio potranno avere il cognome materno anziché quello paterno, a seconda di ciò che decideranno i genitori. Cade dunque il secolare automatismo che prevedeva che i figli dovessero adottare soltanto il cognome del padre ed anzi tale automatismo è stato dichiarato incostituzionale.
La questione era stata sollevata dalla Corte di appello di Genova in merito ad un bambino italo-brasiliano nato nel 2012 che finora è stato identificato con nomi diversi in Italia e in Brasile e al quale i genitori chiedevano di aggiungere anche il cognome della madre. La Corte ha ritenuto che fossero stati violati una serie di diritti costituzionali come quello all’identità personale e di pari dignità dei genitori. Ora si deve attendere che la sentenza venga depositata, con relatore il giudice ed ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, per capirne le motivazioni.
Nel 2006 la Consulta aveva già avuto modo di definire l’attribuzione automatica del cognome del papà un “retaggio di una concezione patriarcale della famiglia”, ma la Corte aveva demandato assolutamente la decisione al singolo legislatore e la legge non era stata mai cambiata.

La Corte europea di Strasburgo aveva condannato l’Italia su questo tema nel 2014.

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Germania, 1.500 spose bambine arrivate nel 2015 da altri Paesi

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Nella Germania multiculturalista i matrimoni con minori sarebbero molti di più di quelli che dicono le cifre ufficiali, fa sapere il sito del Gatestone Institute International Policy Council, consiglio apartitico e senza fini di lucro di politica internazionale e think thank per educare il pubblico su “ciò che i media non dicono”.

Lo scorso maggio, per esempio, una Corte d’appello tedesca – a differenza di quanto ha fatto il locale Ufficio Welfare per i Giovani – ha riconosciuto il matrimonio avvenuto nella martoriata Siria tra due giovani poi rifugiati in Germania nel 2015: una 15enne ed un suo cugino 21enne. L’Ufficio Welfare per i Giovani ha poi chiesto e ottenuto da un tribunale familiare di essere nominato tutore legale della ragazzina e ha disposto che venisse allontanata dal “marito”. Tuttavia il tutto è stato condizionato dalla decisione precedentemente presa, legale in Germania, che ha considerato un matrimonio valido se è già stato consumato, come è in questo caso, secondo la shar’ia , la legge islamica,. Quindi l’Ufficio Welfare per i Giovani non ha alcuna autorità per “separare la coppia”.

Di fatto in un tribunale si è legalizzata la shar’ia , che non stabilisce limiti d’età – basandosi sul fatto che Maometto abbia contratto matrimonio con Aisha quando lei aveva solo 6 anni e l’abbia deflorata quando ne aveva 9 mentre lui circa 50, il tutto con il consenso del padre della piccola, Abu Bakr, compagno del profeta dell’Islam e suo successore come primo califfo – . “Le giustificazioni religiose e culturali oscurano il semplice fatto che più anziani e perversi uomini abusino di ragazzine”, ha spiegato Rainer Wendt, il capo della polizia tedesca.

Le autorità stanno discutendo una nuova legge che sarebbe un giro di vite sul matrimonio di bambini, dopo che è emerso che vivono in Germania circa 1.500 spose bambine.

Il ministro degli Interni del Paese ha recentemente rivelato che i minori sposati, sono più di un milione tra gli immigrati nelle varie regioni tedesche, provenienti da Africa, Asia e Medio Oriente. Il ministro degli Interni tedesco ha anche fatto sapere che 1.475 bambini sposati, sono andati a risiedere sul territorio a partire dal 31 luglio 2016, tra cui 361 sotto i 14 anni.

La maggior parte provengono da Siria (664), Afghanistan (157), Iraq (100) e sono bambine (quasi l’80%). Queste però sono “solo” le statistiche ufficiali, quelle che vengono dette.

La legge tedesca attuale consente il matrimonio a partire dai 16 anni, se il partner è maggiorenne e la famiglia o chi ne fa le veci, è d’accordo. Non riconosce i matrimoni contratti all’estero se coinvolgono anche un solo minore di 14 anni, ma permette di determinare la validità dei matrimoni avvenuti al estero con un partner dai 14 anni in su.

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