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I giudici riconoscono a coppia gay la paternità di due gemelli nati all’estero con l’utero in affitto

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I giudici della Corte di appello di Trento riconoscono a due gemelli, nati all’estero da una maternità surrogata di una coppia di maschi omosessuali, di essere figli di entrambi i padri, sia di quello biologico che di quello non biologico.
I due genitori gay avevano fatto ricorso contro il rifiuto dell’ufficiale di stato civile di registrare la doppia paternità risultante dal certificato di nascita estero.
La sentenza mira a tutelare la genitorialità non semplicemente come un legame biologico e di sangue che non è condizione sufficiente e necessaria per essere genitori; contemporaneamente assicura al minore la continuità familiare riconoscendogli il diritto di avere due genitori.

Secondo i giudici dell’appello di Trento madri e padri si diventa non solo grazie al corpo o ai geni ma anche grazie al desiderio e alla volontà che si concretizzano in una chiara assunzione di responsabilità: irrilevanti sembrano ai giudici le modalità di nascita dei bambini all’estero.

Un solo precedente si è avuto con la sentenza della Corte di Cassazione n.1959 del 2016 che aveva deciso per la liceità di trascrizione dell’atto di nascita straniero da cui risultava che il minore era figlio di due madri.

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Testamento biologico: tre nuove proposte perché prevalga la volontà del malato

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Prevalenza del volere del malato, potestà del malato di poter esprimere la volontà di rinunciare a qualunque misura terapeutica senza eccezione, deve essere esplicitamente inclusa la possibilità di accedere alla sedazione palliativa profonda: questi sono i tre principi che un gruppo di medici propone di includere nel testo del DDL sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (Dat), o Biotestamento, all’esame della commissione Affari Sociali della Camera. La richiesta è dei medici favorevoli al DDL che ieri in una conferenza stampa alla Camera promossa dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà scientifica e per le libertà civili hanno annunciato che le richieste confluiranno in un una sorta di ‘Carta‘, sono state presentate da Carlo Alberto Defanti, primario emerito dell’Ospedale Niguarda di Milano, membro della Consulta di Bioetica e medico di Eluana Englaro; Michele Gallucci, direttore della Scuola italiana di medicina e cure palliative; Mario Riccio, anestesista-rianimatore, medico di Piergiorgio Welby e Fabrizio Starace, presidente della Società di epidemiologia psichiatrica.

Il primo punto che i medici chiedono sia reso esplicito nel DDL è la “prevalenza del volere del malato“.  che deve poter esprimere la sua volontà di rinunciare a qualunque misura terapeutica senza eccezione. (idratazione e nutrizione artificiale) siano considerati trattamenti sanitari rifiutabili dal paziente;

Terza richiesta è che sia inclusa esplicitamente la possibilità di accedere alla sedazione palliativa profonda continua con sospensione delle terapie, in modo da accompagnare il paziente a morire senza soffrire a cui è ricorso Dino Bettamin, malato di Sla deceduto nei giorni scorsi a Treviso. La sedazione profonda, hanno chiarito gli esperti, non è esplicitamente citata nella legge 38 sulle cure palliative.

La proposta inviata al Parlamento 
è sottoscritta da Carlo Alberto Defanti, Primario emerito Ospedale Niguarda (Milano) membro della Consulta di Bioetica, Michele Gallucci, Direttore della Scuola Italiana di Medicina e Cure Palliative, componente del Comitato per l’Etica di Fine Vita (Milano), Mario Riccio, Anestesista Rianimatore (Ospedale di Cremona) componente del Consiglio Generale dell’Associazione Luca Coscioni,  Fabrizio Starace, Direttore dipartimento di salute mentale (AUSL Modena), Presidente della Società di epidemiologia psichiatrica,  Alfredo Mazza, Dirigente Medico Cardiologo (UOC di Cardiologia – UTIC), P. O. DI SARNO – ASL Salerno.

 

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Padova, giudice allontana minore dalla madre perché “effemminato”

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di Alessandra Boga

Decisione shock del tribunale dei minori di Venezia: ha allontanato un 13enne padovano da entrambi i genitori ed in particolare dalla madre, poiché la realtà affettiva del ragazzino sarebbe “legata quasi esclusivamente a figure femminili” e il suo rapporto con la mamma sarebbe “connotato da aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente difficoltà di identificazione sessuale“. Dalla potestà genitoriale, però, è decaduto anche il padre.

L’avvocato Francesco Miraglia, legale della madre del minore, ritiene “scandalosa” la decisione del giudice, dettata unicamente dal fatto che il 13enne abbia “un atteggiamento effemminato” e ha definito il provvedimento “di pura discriminazione”.

In particolare la sentenza parla di “disturbo di personalità” nell’adolescente, il quale “nella relazione con i pari e gli adulti è aggressivo, provocatorio, maleducato, tende a fare l’eccentrico. Tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio“. Inoltre si sottolinea che un giorno sarebbe andato a scuola “con gli occhi truccati, lo smalto sulle unghie e brillantina sul viso“,  ma la madre ribatte che si trattava soltanto di un travestimento per Halloween di quando era bambino. Il ragazzino ha già una situazione difficile alle spalle: è affidato dalle 7 alle 19 ad una comunità diurna, i cui responsabili avrebbero notato delle “anomalie” nel suo comportamento. Hanno quindi avvisato i servizi sociali e inviato una relazione al tribunale per spiegare il tutto.
La decisione definitiva è attesa per la prossima settimana, in cui i genitori verranno convocati. La delicata vicenda, tanto più in un’epoca in cui si parla di omofobia, non può che far discutere.

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Unioni civili varata la legge: ora nuovi diritti (non tutti) per coppie omo, gay, lesbiche, etero

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di Maurizio Michelini

Il giorno 11 maggio 2016 è stata approvata dal Senato in via definitiva la legge che reca il titolo:Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze

Dopo molte esortazioni e pressioni da parte della UE, l’Italia si aggiunge come ventisettesima al gruppo della nazioni della Comunità che riconoscono per legge i diritti di uguaglianza riguardanti coppie omosessuali,  gay e le unioni di fatto fra eterosessuali. L’approvazione della importante  legge che consente a migliaia di coppie di vivere d’ora in poi in regime di uguaglianza di diritti quasi completa, è stata resa possibile grazie a compromessi e intese. E’ un passo avanti, ma ancora imperfetto e incompleto.

Innanzi tutto sul termine “Unioni civili” con cui si è voluto tenere distinte queste coppie da quelle che nascono da matrimonio tradizionale: dietro vi sta la polemica sulla famiglia naturale che le forze moderate e conservatrici considerano solo quelle che sono formate da coniugi maschio e femmina e figli uniti da matrimonio. E’ un limite di carattere arcaico ideologico che tiene in piedi assurdamente ancora una delimitazione che sa di reticolati spinati e che la realtà delle dinamiche sociali già modifica. Come se non fossero unità familiari quelle che uniscono uomini donne secondo la loro natura, e la natura è piena di molteplici peculiarità, che danno vita a diversi modi di amare ma in un progetto complessivo dello stare insieme nella vita, progetto degno e valido come altri.

I cattolici integralisti, che ignorano le grandi aperture compiute da Papa Bergoglio, alimentano lo scontro con chi laicamente ritiene che le coppie possano essere di qualunque tipo purché legate da amore e da un disegno e che per questo costituiscono una comunione familiare. Qui è intervenuto il compromesso. Il risultato è la istituzione di una nuova specifica “formazione sociale”. Si tratta dell’Unione civile.

Unione Civile – L’Unione Civile si stabilisce tra due persone maggiorenni dello stesso sesso con dichiarazione di fronte all’Ufficiale di Stato Civile e alla presenza di due testimoni. I dati anagrafici, il regime patrimoniale adottato, la residenza vengono registrati nell’Archivio di Stato civile. Le parti scelgono un cognome comune tra i loro cognomi, anteponendo o posponendo il proprio.

Tolti i riferimenti agli articoli costituzionali sulla famiglia – All’interno delle coppie omosessuali,  è stato stralciato e  tolto l’articolo 5 sulla adottabilità del figlio del partner rinviando ad una nuova discussione e attività del Parlamento sulle adozioni in generale. Sono stati eliminati inspiegabilmente anche alcuni rimandi al Codice Civile sul matrimonio come l’obbligo di fedeltà, come se i legami omosessuali siano di natura più fragili. Via anche i riferimenti agli articoli 29-30-31 sulla famiglia della Costituzione, richiamati invece gli articoli 2 e 3 della carta sulle ‘formazioni sociali’ e sull’uguaglianza tra tutti i cittadini. Nella parte dedicata alle coppie di fatto etero, si prevede che potranno stipulare i contratti di convivenza, in forma scritta, davanti a un notaio.

Vita familiare – Con la costituzione dell’unione civile le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; hanno l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire alle necessità comuni. Le parti concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare fissando la residenza comune.

Diritti successori e reversibilità – Si applicano le stesse norme del Codice sul regime patrimoniale della famiglia e la comunione dei beni. Si regolano così anche i diritti successori e le norme sulla reversibilità.

Niente adozione del figlio del partner – Per tutelare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e quelle con le parole ‘coniuge’ – ‘coniugi’ ovunque ricorrono nelle leggi si applicano anche alle unioni civili, tranne che per quelle non espressamente richiamate dalla legge e nemmeno per quanto riguarda l’intera legge 4 maggio 1983, n.184 sulle adozioni. Esclusa l’adozione del figlio del proprio compagno, viene però inserito un comma che precisa che ‘resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti‘ in modo da non impedire il pronunciamento dei giudici sui casi di adozioni per le coppie gay. E’ assurdo che settori del Parlamento abbiano penalizzato la parte più debole, il bambino, non riconoscendo  alla compagna della madre o al compagno del padre la possibilità di adottarlo, nonostante nella convivenza gli faccia da padre o da madre.

Scioglimento dell’unione civile – Basterà manifestare, anche disgiuntamente, la volontà di separarsi davanti all’ufficiale di stato civile e dopo tre mesi si ha il divorzio.

Cambio di sesso – La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso determina lo scioglimento dell’unione gay. Viene inoltre stabilito che, in caso di cambio di genere all’interno di una coppia sposata, anche se i coniugi manifestano la volontà di non farne cessare gli effetti civili, il matrimonio viene sciolto automaticamente e trasformato in unione civile.

Impedimenti e nullità – Sono cause di impedimento per la costituzione di una unione civile o di nullità:
• l’esistenza di un vincolo matrimoniale o di un’unione civile già in essere;
 l’interdizione per infermità di mente;
rapporti di affinità o parentela;
• condanna definitiva di un contraente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte;
• se sia stato disposto soltanto il rinvio a giudizio ovvero sentenza di condanna di primo o secondo grado ovvero una misura cautelare.

La procedura per la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso è sospesa, sino alla pronuncia di sentenza di proscioglimento. La sussistenza di una delle cause impeditive comporta la nullità dell’unione civile, anche quelle previste dal codice civile per il matrimonio.

Le coppie di fatto etero –  Si intendono ‘conviventi di fatto‘ due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.  I conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario, in caso di malattia o ricovero, in caso di morte (per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie).

Il diritto alla casa ‘a tempo’ – In caso di morte del proprietario della casa di comune residenza, il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa casa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni. Il diritto alla casa viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitarvi stabilmente o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto. Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto.

Case popolari –  Nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, i conviventi di fatto.

Diritti del convivente nell’attività di impresa –  Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato.

Il ‘contratto di convivenza’ e i rapporti patrimoniali –  I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un ‘contratto di convivenza’, redatto in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato. Il contratto può contenere: l’indicazione della residenza; le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo; il regime patrimoniale della comunione dei beni come da Codice Civile. Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza può essere modificato in qualunque momento. Il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizione.

Separazione –  Il contratto di convivenza si risolve per: accordo delle parti; recesso unilaterale; matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona; morte di uno dei contraenti. La risoluzione del contratto di convivenza determina lo scioglimento della comunione dei beni. Resta in ogni caso ferma la competenza del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque discendenti dal contratto di convivenza.  Nel caso in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione.

Assegno di mantenimento – In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. Gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. Ai fini della determinazione dell’ordine degli obbligati, l’obbligo alimentare del convivente è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle.

Deleghe al Governo – Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi in materia di Unione Civile fra persone dello stesso sesso nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi: adeguamento alle previsioni della legge delle disposizioni dell’ordinamento dello Stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni;  modifica e riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, prevedendo l’applicazione della disciplina dell’Unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all’estero matrimonio, Unione civile o altro istituto analogo; modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la presente legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti. Con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell’Archivio dello Stato Civile nelle more dell’entrata in vigore dei decreti legislativi.

 

 

Giovani

Ragazzina bruciata viva perché rifiutò di prostituirsi: 35 anni dopo la sorella fa riaprire il caso a Brindisi

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di Alessandra Boga

L’orribile vicenda avvenne l’ 11 novembre 1981 a Fasano, in provincia di Brindisi. La vittima, una ragazzina di 14 anni, prima di spirare il successivo 2 dicembre nel centro di rianimazione del Policlinico di Bari, fece i nomi dei suoi carnefici, che vennero processati, ma poi assolti in via definitiva per insufficienza di prove: lei, Palmina Martinelli, non venne creduta. La sentenza di primo grado, emessa nel dicembre 1983 sulla base di un biglietto che sarebbe stato scritto dalla ragazzina, sostenne che Palmina si fosse data fuoco da sé per autolesionismo o per suicidarsi, ma l’accusa non ha mai creduto a tale ipotesi.

Palmina Martinelli

Palmina Martinelli

Oggi, 35 anni dopo, Giacomina Martinelli, sorella maggiore dell’adolescente, ha fatto riaprire il caso a seguito di una perizia effettuata dall’anatomopatologo di fama internazionale Vittorio Pesce Delfino, e la richiesta della donna è stata accolta dalla prima sezione della Corte di Cassazione con una sentenza depositata il 30 marzo.

Il Professor Pesce Delfino, guardando sul computer l’immagine delle ustioni sul cadavere, ha potuto stabilire che “il volto di Palmina era protetto con entrambe le mani prima dello sviluppo della vampata e quindi dell’innesco dell’incendio. L’incendio fu quindi provocato da altri”. La Procura concorda e ha disposto un esame grafologico sul biglietto che motiverebbe il suicidio della 14enne che si era rifiutata di prostituirsi: l’ipotesi non è soltanto che non fu quest’ultima a scrivere il messaggio.

Bambini

Dalla parte degli invisibili

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Campagna bambinedi Pierangelo Piantanida

Una campagna di Terre des Hommes mira a rendere nota la realtà di violenza quotidiana che accompagna l’esistenza di migliaia di bambini e, soprattutto di bambine, in Italia e nel mondo ed a sostenere sportelli antiviolenza e centri di assistenza specializzati.

Si chiama “Invisibile agli occhi” ed è la campagna lanciata oggi da Terre des Hommes sino al 15 febbraio 2016. L’iniziativa ha lo scopo sia di “rendere visibile” la dura e sconvolgente realtà della violenza e dello sfruttamento che colpisce nel nostro Paese e nel resto del mondo, migliaia di bambini e adolescenti, in preminenza femmine, sia di raccogliere fondi (grazie agli sms e alle chiamate al numero 45595) per strutture specializzate nel soccorrere e assistere le vittime di tali abusi.

Vittime (di maltrattamenti, aggressioni sessuali, abusi psicologici) che solo in Italia sono almeno 91mila (6 su 10 bambine), mentre nel mondo sono circa 70 milioni le ragazze (dai 15 ai 19 anni) che subiscono violenze fisiche, così come 68,2 milioni le bambine escluse dalla scuola e sfruttate a livello lavorativo e 11,5 milioni (fra i 5 e i 17 anni) quelle che operano come schiave domestiche in casa di estranei.

Una realtà verso cui l’associazione chiede anche un supporto concreto, indirizzato a sostenere sportelli antiviolenza pediatrici in Italia (in quattro ospedali a Milano, Torino, Firenze e Bari), nonché centri contro l’infanticidio delle bambine in India e per l’assistenza alle giovani schiave domestiche in Perù.

Unioni civili

Prevale il rito civile nei matrimoni, ma al Sud la preferenza è ancora per quello religioso

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Mentre i matrimoni sono in deciso calo (meno 57mila in cinque anni dal 2009), al Nord e al Centro il rito civile prende il sopravvento. Il 43% dei matrimoni è celebrato con rito civile, nel 2008 era il 36,8%: al Nord (55%) e al Centro (51%) i matrimoni civili superano quelli religiosi, resiste l’attaccamento del Sud al matrimonio in Chiesa. La scelta del rito civile si va affermando anche nel caso dei primi matrimoni di coppie italiane (dal 20% nel 2008 al 28,1% nel 2014). Secondo il’Istat, scelgono di celebrare le prime nozze con il rito civile il 28,1% degli sposi italiani, ma sono il 32,3% quelli che risiedono al Nord, il 36,1% dei residenti al Centro e il 20,1% degli sposi del Mezzogiorno.

In calo anche i matrimoni misti. I matrimoni in cui almeno uno dei due sposi è di cittadinanza straniera sono circa 24mila (pari al 12,8% delle nozze celebrate nel 2014), in calo di 1.850 unità sul 2013. La diminuzione si deve sopratutto alle nozze tra stranieri. Le nozze con un coniuge italiano e l’altro straniero ammontano a 17.506 nel 2014. La tipologia prevalente è quella in cui è la sposa ad essere straniera: 13.661 nozze (il 78% di tutti i matrimoni misti). Una sposa straniera su due è cittadina di un paese dell’Est Europa.

Divorzi e separazioni in assestamento. Per quanto riguarda l’instabilità coniugale, i dati del 2013 e del 2014 mettono in luce  una fase di “assestamento” del fenomeno. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.335, le prime in leggero aumento e i secondi in lieve calo rispetto all’anno precedente (rispettivamente +0,5% e -0,6%). Ma bisogna ricordare che negli ultimi vent’anni le separazioni sono aumentate del 70,7% e i divorzi sono quasi raddoppiati. La congiuntura economica sfavorevole può verosimilmente agire da deterrente nello scioglimento dei matrimoni, che com’è noto comporta spesso un rischio di peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie.

Aumenta l’età in cui ci si divide. L’età media alla separazione è di 47 anni per i mariti e 44 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 48 e 45 anni. Nel 2000, il maggior numero delle separazioni ricadeva sia per i mariti sia per le mogli nella classe 35-39 anni. In crescita le separazioni con almeno uno sposo ultrasessantenne (7,5% nel 2014). Il 76,2% delle separazioni e il 65,4% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli. Nell’89,4% delle separazioni di coppie con figli i genitori hanno scelto l’affido condiviso. La separazione arriva in media dopo 16 anni, ma in caso di matrimoni recenti la durata diminuisce fino a 10 anni.

Si divorzia all’estero per ridurre i tempi. Per quanto riguarda gli aspetti normativi, negli anni più recenti si sta intensificando il ricorso da parte dei cittadini italiani allo scioglimento della propria unione coniugale in altri Paesi dell’Unione europea, ottenibile con una riduzione dei tempi (e generalmente anche dei costi) e senza necessità di “passare” per la separazione. In italia, per i divorzi concessi nel 2014, l’intervallo di tempo intercorso tra la separazione legale e la successiva domanda di divorzio  è stato pari o inferiore a cinque anni nel 60,2% dei casi.

 

 

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Istat, in Italia 40mila matrimoni in meno: dal 2008 raddoppiate le unioni di fatto, più di 1 milione

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Le coppie che convivono sono oltre un milione in Italia: di queste 641.000 sono formate da partner che non si sono mai sposati, un numero dieci volte superiore a quello registrato nel 1994. Insomma una laicizzazione progressiva nelle unioni fra donne e uomini, un “mettersi insieme” semplificatore, forse anche perché in caso di fallimento separarsi è meno complicato e meno costoso che divorziare.

Una tendenza a cui corrisponde un costante calo dei matrimoni: nel 2014 ne sono stati celebrati 189.765, circa 4.300 in meno rispetto all’anno precedente e, soprattutto, con una flessione media di oltre 10mila matrimoni annui nel quinquennio 2008-2014, cioè circa 50 mila in meno.

Dal 2008 57mila matrimoni in meno – Nel complesso, dal 2008 al 2014 le nozze sono diminuite di circa 57.000 unità. La contrazione riguarda soprattutto le prime unioni matrimoniali tra sposi di cittadinanza italiana: 142.754 nel 2014, oltre 57.000 in meno negli ultimi cinque anni (il 76% del calo complessivo). Questo avviene anche perché, osserva l’Istat, “i giovani italiani sono sempre meno numerosi per effetto della prolungata diminuzione delle nascite”.

“La diminuzione dei primi matrimoni – spiega l’Istat – è legato al cambiamento nella composizione della popolazione per età. La prolungata diminuzione delle nascite, che dalla metà degli anni Settanta e per oltre 30 anni ha interessato il nostro Paese, ha infatti determinato una netta riduzione della popolazione nella fascia di età in cui le prime unioni sono di gran lunga più frequenti, quella tra 16 e 34 anni. Nel 2014 i giovani di cittadinanza italiana 16-34enni sono poco meno di 11 milioni, oltre 1 milione e 300mila in meno rispetto al 2008″.

“La diffusione delle unioni libere in alcuni casi rappresentano una fase di preludio al matrimonio, ma possono anche ricoprire un ruolo ad esso del tutto alternativo”. I dati sulla natalità confermano che le libere unioni sono una modalità sempre più diffusa di formazione della famiglia: oltre un nato su quattro nel 2014 ha genitori non coniugati.

Sposi sempre più “maturi”. Si raffredda, dunque, la propensione a sposarsi. Nel 2014 sono stati celebrati 421 primi matrimoni per 1.000 uomini e 463 per 1.000 donne, valori inferiori rispettivamente del 18,7% e del 20,2% sul 2008. Il calo arriva al 25% per la prima-nuzialità sotto i 35 anni. Al primo matrimonio si arriva sempre più “maturi”. Nel 2014 gli sposi hanno in media 34 anni e le spose 31 (entrambi un anno in più rispetto al 2008). Le seconde nozze, o successive, sono 30.638 nel 2014: prosegue l’aumento della loro incidenza sul totale dei matrimoni, dal 13,8% del 2008 al 16,1%.

 

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Corte costituzionale: “Nella fecondazione assistita, non è reato selezionare gli embrioni in caso di gravi malattie”

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Fecondazione_assistitaSelezionare gli embrioni da impiantare nell’utero di una donna, per evitare il rischio di utilizzare embrioni portatori di gravi malattie trasmissibili, non è reato: a stabilirlo è la Corte costituzionale. Nella fecondazione assistita scegliere tra gli embrioni da trasferire  quello che non trasmetterà al nascituro una grave malattia è legittimo.

Illegittimo articolo 13 legge 40 – La questione di costituzionalità è stata sollevata dal Tribunale di Napoli nel corso di un processo penale contro un gruppo di medici accusati di effettuare una selezione eugenetica fra gli embrioni sopprimendo quelli che presentavano patologie. I giudici costituzionali hanno perciò dichiarato illegittimo l’articolo 13 (commi 3, lettera b, e 4) della legge 40 – che prevede di sanzionare penalmente l’operatore medico che trasferisce nell’utero della donna solo embrioni sani o portatori sani di malattie genetiche – che violerebbe gli articoli 3, sotto il profilo della ragionevolezza, e 32 della Costituzione, per contraddizione rispetto alla finalità di tutela della salute dell’embrione di cui all’articolo 1 della medesima legge 40. E contrasterebbe anche con il diritto al rispetto della vita privata e familiare, che include il desiderio della coppia di generare un figlio non affetto da malattia genetica.

La decisione dei giudici è legata alla sentenza che la stessa Corte ha emesso nei mesi scorsi, in cui ha bocciato la legge 40 sulla fecondazione assistita nella parte in cui non consentiva il ricorso alle tecniche di procreazione assistita a quelle coppie fertili portatrici, però, di malattie genetiche, e ciò «al fine esclusivo della previa individuazione di embrioni cui non risulti trasmessa la malattia del genitore comportante il pericolo di rilevanti anomalie o malformazioni (se non la morte precoce) del nascituro», proprio per il «criterio normativo di gravità».

Società italiana fertilità e sterilità – «Non ho mai pensato che fosse un reato scegliere di impiantare nelle donne embrioni sani, anziché quelli malati», dice Andrea Borini, presidente della Società italiana fertilità e sterilità e uno dei massimi esperti italiani. «Da quando è caduto l’obbligo di trasferire tutti gli embrioni nell’utero di una donna, i medici hanno iniziato anche a fare una scelta tra gli embrioni da impiantare, selezionando ovviamente quelli sani», spiega Borini.

Ancora vietata la soppressione degli embrioni malati -Invece resta valida quella parte della legge 40 che vieta la «soppressione» degli embrioni malati, anche se inutilizzati. La Corte Costituzionale ha infatti giudicato «non fondata» la questione sollevata sempre dal Tribunale di Napoli. Così la distruzione di questi embrioni continua a essere sanzionata penalmente con la reclusione fino a 3 anni e una multa che va dai 50mila ai 150mila euro.

«È una cosa atipica costringere i centri a conservare gli embrioni abbandonati e inutilizzati», commenta Borini. «Non servono a nessuno – continua – e per i centri sono solo un costo, destinato ad aumentare nel tempo”.
foto da “Repubblica”

 

Diritti

Cacciata dal colloquio di lavoro perché rifiuta di rispondere a domande sulla propria vita di coppia

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di Alessandra Boga

La protagonista di questa storia è Paola Filippini, 28enne di Mestre, fotografa freelance. Ormai molte donne italiane si sono assuefatte a sentirsi chiedere, durante un colloquio di selezione per il lavoro, se sono fidanzate, sposate, se convivono o se hanno figli e se hanno intenzione di averne. Qualcuna però trovato il coraggio di rifiutarsi di rispondere a domande così indiscrete e misogine, come se la vita privata, l’avere figli potesse pregiudicare la capacità e possibilità lavorativa di una donna.

Paola Filippini

Paola Filippini

Paola Filippini, fotografa freelance ha cercato lavoro come hostess per check-in in alloggi turistici, un lavoro che lei ha svolto per 3 anni. Le domande sono fioccate sulle sue abitudini di coppia e sul fatto di avere figli.

Il “principale”, tale M.M., non solo si è presentato con mezz’ora di ritardo, ma le ha posto appunto quelle domande: al rifiuto di lei di rispondere, l’ha messa alla porta con tono sgarbato strappandole davanti agli occhi il suo curriculum. Per il datore di lavoro, lei avrebbe dovuto rispondere perché, dalle sue risposte, avrebbe capito la disponibilità lavorativa della candidata.

Paola gli ha risposto allora con un’altra domanda, ovvero avrebbe chiesto le stesse cose anche ad un uomo. M.M. ha detto di no, perché a suo avviso a svolgere il lavoro che offriva, avrebbero dovuto essere solo le donne. Non è il primo colloquio a cui la ragazza si sente rivolgere tali domande, ma è stanca e ha denunciato al “Corriere della Sera” quanto le è accaduto. Qualcosa deve cambiare e molto nel nostro Paese, visto che le donne incinte sono costrette a dimettersi. Lo ha ricordato anche Papa Francesco.

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