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Dal mondo

Tornata dalla madre italiana Houda Emma, la bambina rapita dal padre siriano 5 anni fa

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di Alessandra Boga
Fine di un incubo per Alice Rossini, 36 anni, di Vimercate, in provincia di Monza e Brianza. Ha potuto riabbracciare sua figlia Houda Emma, che le era stata rapita dal padre siriano, Mohammed (Nadeem) Kharat, 40 anni, il 18 dicembre 2011. La piccola, che il 20 marzo compirà 7 anni, è arrivata venerdì 10 marzo alle 18 con un volo da Istanbul, poiché era nascosta in Turchia, dato che in Siria c’è la guerra. Con Houda Emma c’erano i nonni paterni, per avere comunque presenze familiari accanto.

Il padre aveva persino detto all’ex moglie che la bambina era morta in un bombardamento ad Aleppo, perché lei si rassegnasse, ma Alice non ci ha mai creduto. A riportare a casa Houda Emma ha contribuito la trasmissione Le Iene, che alla fine si è avvalsa della determinante collaborazione di Simona Pisani, un’attivista umanitaria a favore dei bambini siriani, che aveva conosciuto Kharat online. L’uomo si era follemente invaghito di lei e l’aveva pure minacciata di morte, quando Simona, esasperata, cercava di interrompere i contatti con lui. Poi la donna, d’accordo con Le Iene, ha accettato di incontrare Kharat in Turchia nella speranza di farsi dire dove fosse la bambina, di liberarsi di lui e di farlo arrestare dalle autorità locali, come infatti è avvenuto il 21 novembre scorso. Poi c’è stata l’estradizione in Italia, dove Kharat è stato condannato in contumacia a 10 anni di carcere per sottrazione di minore. Non sono ancora chiari i dettagli del ritrovamento e del rimpatrio di Houda Emma, anche perché il cittadino siriano non aveva la minima intenzione di rivelare dove si trovasse. Ora manca solo che il test del Dna confermerà che la bambina sia veramente lei, peraltro già riconosciuta da Alice in fotografia.

Vimercate-l-abbraccio-di-Houda-Emma-con-mamma-AliceHouda Emma invece non riconosce più la sua mamma, poiché non la vede da quando aveva appena 21 mesi; inoltre parla solo l’arabo. Non sarà facile per lei, ma avrà tutto il tempo per abituarsi alla vita che per cinque anni le è stata negata.

“Piena soddisfazione per la felice conclusione di una vicenda durata anche troppo” ha espresso Aurelia Passaseo, presidente del Coordinamento Internazionale perla Tutela dei Minori (C.I.A.D.T.M.), che si è sempre interessata al caso. “Emma rientra finalmente a casa a 10 giorni dal suo compleanno, che cade il 20 marzo – afferma Passaseo –, e questo è un regalo davvero speciale delle autorità italiane e di quelle turche. Personalmente non posso non ringraziare tutte le persone che hanno condiviso la causa e ci hanno aiutato in un modo o nell’altro nei nostri sforzi tesi a restituire la bimba a mamma Alice”. Nella foto, la madre e la bambina, dopo essersi riviste.

 

 

 

Donne

Giordania, una palestra che insegna alle donne a difendersi

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di Alessandra Boga

Lina-Khalifeh_3L’idea di aprire uno spazio di corsi di autodifesa femminile, è stata di Lina Khalifeh, 30 anni, ex campionessa di Taek Won Do. Ha iniziato nella cantina di casa sua nella capitale giordana, Amman, dopo che una sua ex compagna di università era arrivata coperta di lividi perché il padre e il fratello la picchiavano e, quando Lina le ha detto che avrebbe dovuto “fare qualcosa”, lei ha dato una risposta rassegnata: “Siamo donne, non possiamo fare niente”. Allora la ragazza ha deciso, anche perché da bambina ha conosciuto sulla propria pelle il bullismo: dopo due anni è riuscita ad aprire una palestra per insegnare alle donne a difendersi: l’ha chiama “She Fighter”, “Lei Lottatrice”.

E’ la prima palestra di questo genere non solo in Giordania ma in tutto il Medio Oriente. “Mi dicevano di lasciar perdere, che non avrebbe funzionato. Ma ho ricevuto il sostegno di così tante persone e sono state così tante le donne che si sono iscritte ai nostri corsi che nel 2014 ci siamo dovute spostare in un locale tre volte più grande”. Lo ha detto di recente ad un convegno a Bologna, dove ha parlato del suo lavoro, come ha fatto anche a Pisa, Roma e Padova , insieme tra l’altro alla nota “Un ponte per …”, attiva in Giordania da 10 anni per offrire sostegno, protezione e assistenza legale alle donne giordane, siriane e palestinesi.

“She Fighter” c’è dal 2012 e fino ad oggi vi si sono rivolte grazie all’organizzazione circa 2 mila rifugiate ed ora, dopo aver fondato la sua palestra in Giordania, Lina Khalifeh vorrebbe crearne una in altri Paesi arabi, inclusa l’Arabia Saudita.

La sua storia su Globalist.it, nell’articolo Lina Khalifeh, la donna che insegna l’autodifesa in Medio Oriente”.

 

Donne

SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO NOI CI FERMIAMO! Sciopero globale l’8 marzo. Il piano femminista antiviolenza proposto da Non una di Meno

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E’ un documento costruito dal basso, che “aspira a raccogliere definizioni, pratiche e metodologie contro la violenza maschile sulle donne. che si articola in una molteplicità di forme e aggredisce tutti i campi dell’esistente: dal lavoro, alla salute sessuale e riproduttiva, passando per la formazione e la narrazione mediatica che da sempre utilizza strumentalmente i corpi delle donne”.

“In Italia abbiamo imparato concretamente a vedere la profonda interconnessione tra i vari diritti e come ve ne siano di fondamentali per la realizzazione di tutti gli altri. La questione della salute delle donne resta centrale e una vita libera dalla violenza maschile è il primo passo; il secondo è avere accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e quindi poter scegliere della propria vita e del proprio corpo. I diritti sessuali e riproduttivi hanno infatti un impatto sullo stato di benessere complessivo, con effetti sociali ed economici di vasta portata.

Nei paesi in cui le persone hanno accesso a servizi completi per la salute sessuale e riproduttiva, compresa un’informazione adeguata sui metodi e gli strumenti contraccettivi, è possibile realizzare importanti progressi nello sviluppo, riducendo la povertà e favorendo persino la crescita economica.

A fronte di migliori condizioni di salute per donne e ragazze si aprono infatti maggiori opportunità di istruzione, lavoro, coinvolgimento nella comunità, partecipazione politica ai processi decisionali.

Assicurare alle donne cure prenatali e ostetriche con personale qualificato e rispettoso in un ambiente sicuro, garantire a quelle con complicazioni l’accesso tempestivo al pronto soccorso e a cure ostetriche di qualità, fornire informazioni corrette sulle malattie a trasmissione sessuale, Hiv e Aids, vuol dire promuovere scelte sessuali e riproduttive sane, autonome e sicure. Inoltre, i servizi volti alla salute sessuale e riproduttiva sono spesso quelli che accolgono chi ha subito violenze. Creare, potenziare e favorire l’accesso di donne e ragazze a tali servizi non significa solo garantire un diritto fondamentale ma permette di affrontare e prevenire questo grave fenomeno.

Denunciare quindi le molteplici forme di violenza e la sua complessità articolata ha portato a questa tappa dell’8 marzo e all’idea di uno sciopero globale che faccia emergere anche la condizione lavorativa in cui si trova il mondo femminile. L’8 marzo si fermeranno quindi le lavoratrici precarie, dipendenti, autonome e disoccupate, del settore pubblico e di quello privato, grazie alla copertura sindacale garantita a tutte e tutti per 24 ore. Oltre allo sciopero lavorativo, è possibile aderire anche trovando un momento della giornata per partecipare agli eventi della città, oppure non esercitando una delle tante attività domestiche o di cura che non vengono riconosciute né retribuite.

 

Sciopero globale delle donne
L’8 marzo sono previsti presidi, mobilitazioni, flash mob in tante città italiane, con una convergenza oraria di diversi cortei nel pomeriggio, a Roma alle ore 17 al Colosseo. I colori previsti dallo sciopero sono il nero e il fucsia.

Lo slogan scelto: “Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo!

Donne

La Corte UE condanna l’Italia per le scarse risorse per prevenire e tutelare le donne contro la violenza

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violenza-sulle-donne-in-casa-propriaLa Corte Europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il caso di Andrei Talpis, che nel novembre 2013 massacrò di coltellate la moglie Elisabetta che sopravvisse ma uccise invece il figlio di 19 anni accorso in aiuto della madre. La donna era stata costretta ad abbandonare la casa rifugio antiviolenza per mancanza di fondi.

L’Italia secondo Strasburgo, ha violato la Convenzione dei diritti umani per il mancato tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria dopo la denuncia della donna contro l’uomo. Una circostanza che purtroppo non rappresenta un caso unico.

“In Italia c’è una legge sul femminicidio che punisce chi commette un reato contro le donne, ma sulla loro protezione e quindi sulla prevenzione del fenomeno si fa ancora troppo poco” spiega Carla Quinto, avvocato responsabile dell’ufficio legale della cooperativa sociale Be Free, che si occupa di tratta e violenza sulle donne. “Purtroppo in Italia presentare una denuncia per violenza non implica l’obbligo di intervento con una misura cautelare come per esempio il divieto di avvicinamento, che rimane a discrezione dell’autorità giudiziaria. – chiarisce l’avvocato – Il problema è che spesso viene sottostimato il pericolo per l’incolumità della donna e dei suoi famigliari, e non viene richiesta o concessa la misura cautelare nei confronti di chi invece rappresenta a tutti gli effetti una minaccia”.

Eppure sono previste misure cautelari, a seconda della gravità delle situazioni: l’allontanamento di casa del famigliare autore del reato, il divieto di avvicinamento, nei casi più rischiosi si può ricorrere agli arresti domiciliari. Le misure cautelari però non scattano automaticamente con la denuncia, nemmeno se sono richieste esplicitamente.

Legge sul femminicidio e la non applicazione della Convenzione di Istanbul
Uno dei problemi principali è che la legge 119 sul femminicidio del 2013 per molti ha ancora tanti limiti. Nel 2014 l’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti di donne e la violenza domestica, che si fonda sui concetti di prevenzione, protezione, punizione e risarcimento per le donne vittime di violenza. “La legge sul femminicidio in Italia dovrebbe ratificare la Convenzione – spiega l’avvocato Quinto – ma nei fatti prevede solo interventi a posteriori ed è carente dal punto di vista della protezione”.

A che punto è lo stato di attuazione della Convenzione di Istanbul, ratificata dal nostro governo nel 2014
Aspettiamo da anni che venga applicata per combattere efficacemente, con azioni integrate, la violenza contro le donne dichiara Loredana Taddei, responsabile delle Politiche di genere Cgil. Le leggi ci sono – continua Taddei – ma sono solo in parte attuate e con troppa lentezza, lasciando da sole le donne, e questa è una delle ragioni per cui spesso non denunciano”.

Centri antiviolenza e case rifugio verso la chiusura, risorse insufficienti
Poiché le misure cautelari nei confronti dei loro carnefici vengono applicate poco e sempre in ritardo sulle minacce, nella maggior parte dei casi sono le donne vittime di violenza a dover abbandonare la propria abitazione insieme ai figli, stravolgendo la loro vita.

È successo anche a Elisabetta Talpis, che si era rifugiata in una casa protetta per sfuggire al marito, anche se poi era dovuta tornare a casa dopo tre mesi perché non c’erano più soldi per la sua accoglienza.

E qui si apre un altro problema: sono troppo pochi i rifugi antiviolenza e hanno scarse risorse a disposizione. Senza contare che c’è perfino incertezza nelle procedure di assegnazione dei finanziamenti previsti dalla legge 119.

“Nel 2016 ci sono stati 116 casi di femminicidio – denuncia Taddei di Cgil – e ancora oggi sono poche le case rifugio che possono accogliere le donne e i loro figli”.
Pochi posti letto rispetto al numero delle vittime, pochi soldi a disposizione, attività portate avanti perlopiù dai volontari, tanto che molte strutture sono costrette a chiudere i battenti.

I centri sono poco più di cento in tutta Italia, ma negli ultimi sei mesi uno su quattro si avvia alla chiusura per insufficienza dei fondi. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla violenza contro le donne prevede uno standard minimo di un posto in un centro antiviolenza ogni 10mila abitanti. Il che significherebbe, solo per Roma con i suoi 4 milioni di abitanti, almeno 400 posti nei centri antiviolenza. Invece ce ne sono circa 40 e la media di Roma è in linea con quella nazionale”. I posti attualmente sono in tutto 500 a fronte dei 5mila previsti dalla Convenzione: “Significa che l’Italia copre soltanto un decimo del fabbisogno dello standard minimo previsto dall’Europa.

La Rete “Non una di meno
E’ anche il problema dei centri antiviolenza, quello della prevenzione e protezione delle donne contro la violenza di genere, sono i temi per cui si batterà la Rete “Non una di meno”, a cui ha aderito il mondo dei sindacati, dell’associazionismo femminile e dei collettivi di donne.

Sciopero l’8 marzo -In occasione della giornata internazionale delle donne, è indetto uno sciopero generale contro la violenza di genere in tutte le sue forme. Ma sarà solo una tappa della grande mobilitazione che punta a riscrivere “dal basso” il piano antiviolenza in scadenza in Italia.Tra i progetti, c’è anche quello di un tavolo giuridico che dia finalmente applicazione alla Convenzione di Istanbul, uno sul lavoro e sulla formazione, per prevenire anche la precarizzazione delle donne, la violenza e il mobbing sul lavoro.
Dal mondo

Morta di parto Salome Karwah, infermiera liberiana simbolo della lotta all’Ebola

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di Alessandra Boga

Era diventata famosa facendo il bene Salome Karwah, lavorando instancabilmente come infermiera anche durante l’ultima epidemia di Ebola che aveva colpito l’Africa compreso il suo Paese, la Liberia. Lei stessa aveva perduto entrambi i genitori in una sola settimana e molti altri parenti; si era ammalata a sua volta, ma era riuscita a guarire e a vaccinarsi, sottoponendosi a tutti i test del caso, per verificare la propria guarigione.
SalomePer il suo impegno per i malati di Ebola, il settimanale americano TIME l’aveva nominata tra le “persone dell’anno”, dedicandole una copertina nel 2014. Ma se Salome non è stata vittima del virus, lo sarebbe stata della paura di prenderlo da parte dei suoi stessi colleghi, i quali, denuncia ora suo marito, James Harris, avevano paura di toccarla anche quando stava male tre giorni dopo il cesareo con cui aveva partorito il loro quarto figlio il 17 febbraio scorso. Così la giovane è morta nell’ospedale di Monrovia.
“Siamo rimasti in attesa dell’ambulanza per tre ore – spiega James – perché le infermiere avevano paura di toccarla. Sono andato io in pronto soccorso a portare una sedia a rotelle per accompagnare mia moglie in sala operatoria. Quello che davvero mi ha fatto male è che ci fosse una infermiera di turno che, invece di partecipare alla situazione di emergenza, stava in piedi accanto al banco della reception. L’uomo dice anche che l’ospedale l’ha dimessa subito dopo il cesareo, anche se “la sua pressione sanguigna era alta”.
La struttura, pur comprendendo lo stato in cui si trova il signor Harris, nega le accuse, ma sta svolgendo un controllo interno per verificare eventuali responsabilità per la morte di Salome.

Diritti

I giudici riconoscono a coppia gay la paternità di due gemelli nati all’estero con l’utero in affitto

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I giudici della Corte di appello di Trento riconoscono a due gemelli, nati all’estero da una maternità surrogata di una coppia di maschi omosessuali, di essere figli di entrambi i padri, sia di quello biologico che di quello non biologico.
I due genitori gay avevano fatto ricorso contro il rifiuto dell’ufficiale di stato civile di registrare la doppia paternità risultante dal certificato di nascita estero.
La sentenza mira a tutelare la genitorialità non semplicemente come un legame biologico e di sangue che non è condizione sufficiente e necessaria per essere genitori; contemporaneamente assicura al minore la continuità familiare riconoscendogli il diritto di avere due genitori.

Secondo i giudici dell’appello di Trento madri e padri si diventa non solo grazie al corpo o ai geni ma anche grazie al desiderio e alla volontà che si concretizzano in una chiara assunzione di responsabilità: irrilevanti sembrano ai giudici le modalità di nascita dei bambini all’estero.

Un solo precedente si è avuto con la sentenza della Corte di Cassazione n.1959 del 2016 che aveva deciso per la liceità di trascrizione dell’atto di nascita straniero da cui risultava che il minore era figlio di due madri.

Diritti

Testamento biologico: tre nuove proposte perché prevalga la volontà del malato

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Prevalenza del volere del malato, potestà del malato di poter esprimere la volontà di rinunciare a qualunque misura terapeutica senza eccezione, deve essere esplicitamente inclusa la possibilità di accedere alla sedazione palliativa profonda: questi sono i tre principi che un gruppo di medici propone di includere nel testo del DDL sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (Dat), o Biotestamento, all’esame della commissione Affari Sociali della Camera. La richiesta è dei medici favorevoli al DDL che ieri in una conferenza stampa alla Camera promossa dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà scientifica e per le libertà civili hanno annunciato che le richieste confluiranno in un una sorta di ‘Carta‘, sono state presentate da Carlo Alberto Defanti, primario emerito dell’Ospedale Niguarda di Milano, membro della Consulta di Bioetica e medico di Eluana Englaro; Michele Gallucci, direttore della Scuola italiana di medicina e cure palliative; Mario Riccio, anestesista-rianimatore, medico di Piergiorgio Welby e Fabrizio Starace, presidente della Società di epidemiologia psichiatrica.

Il primo punto che i medici chiedono sia reso esplicito nel DDL è la “prevalenza del volere del malato“.  che deve poter esprimere la sua volontà di rinunciare a qualunque misura terapeutica senza eccezione. (idratazione e nutrizione artificiale) siano considerati trattamenti sanitari rifiutabili dal paziente;

Terza richiesta è che sia inclusa esplicitamente la possibilità di accedere alla sedazione palliativa profonda continua con sospensione delle terapie, in modo da accompagnare il paziente a morire senza soffrire a cui è ricorso Dino Bettamin, malato di Sla deceduto nei giorni scorsi a Treviso. La sedazione profonda, hanno chiarito gli esperti, non è esplicitamente citata nella legge 38 sulle cure palliative.

La proposta inviata al Parlamento 
è sottoscritta da Carlo Alberto Defanti, Primario emerito Ospedale Niguarda (Milano) membro della Consulta di Bioetica, Michele Gallucci, Direttore della Scuola Italiana di Medicina e Cure Palliative, componente del Comitato per l’Etica di Fine Vita (Milano), Mario Riccio, Anestesista Rianimatore (Ospedale di Cremona) componente del Consiglio Generale dell’Associazione Luca Coscioni,  Fabrizio Starace, Direttore dipartimento di salute mentale (AUSL Modena), Presidente della Società di epidemiologia psichiatrica,  Alfredo Mazza, Dirigente Medico Cardiologo (UOC di Cardiologia – UTIC), P. O. DI SARNO – ASL Salerno.

 

Dal mondo Donne

Marocco, stop alla vendita del velo integrale

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di Alessandra Boga

VelointegraleL’annuncio è avvenuto alcuni giorni fa: il ministero dell’Interno marocchino ha inviato un’ordinanza per vietare di produrre e vendere veli integrali – quelli che lasciano visibili solo gli occhi – .  Si esortava i negozianti a sbarazzarsi di questa merce in 48 ore; in caso contrario sarebbe stata sequestrata e chiuse le attività commerciali. La ragione è legata alla sicurezza, visto che è capitato più volte, persino nei Paesi islamici, che il velo integrale venisse portato per compiere crimini, attentati compresi. Spesso ci sono sotto anche uomini, dato che questo indumento non permette affatto l’identificazione: serve per nascondersi o per nascondere, annullare il corpo della donna “per non attrarre sguardi maschili”.

Il Marocco di Re Mohammed VI sta già da tempo facendo il possibile per combattere l’estremismo islamico: gli stessi sermoni previsti per la classica preghiera comunitaria del  venerdì, vengono sottoposti al controllo di ispettori reali, perché non propagandino odio – e, immaginiamo, neanche misoginia – . In occasione dell’ultimo anniversario dell’indipendenza del regno, il 18 novembre scorso, il sovrano, ritenuto principe dei credenti (amir al-mumin) e discendente diretto di Maometto –  ha fatto un’affermazione coraggiosa, rivoluzionaria: come potrebbe dire un qualsiasi liberale musulmano ha negato che ci siano le famose vergini  che attenderebbero i terroristi islamici in Paradiso – benchè loro e i loro sostenitori li considerino martiri –.

 

Bambini Diritti

Padova, giudice allontana minore dalla madre perché “effemminato”

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di Alessandra Boga

Decisione shock del tribunale dei minori di Venezia: ha allontanato un 13enne padovano da entrambi i genitori ed in particolare dalla madre, poiché la realtà affettiva del ragazzino sarebbe “legata quasi esclusivamente a figure femminili” e il suo rapporto con la mamma sarebbe “connotato da aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente difficoltà di identificazione sessuale“. Dalla potestà genitoriale, però, è decaduto anche il padre.

L’avvocato Francesco Miraglia, legale della madre del minore, ritiene “scandalosa” la decisione del giudice, dettata unicamente dal fatto che il 13enne abbia “un atteggiamento effemminato” e ha definito il provvedimento “di pura discriminazione”.

In particolare la sentenza parla di “disturbo di personalità” nell’adolescente, il quale “nella relazione con i pari e gli adulti è aggressivo, provocatorio, maleducato, tende a fare l’eccentrico. Tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio“. Inoltre si sottolinea che un giorno sarebbe andato a scuola “con gli occhi truccati, lo smalto sulle unghie e brillantina sul viso“,  ma la madre ribatte che si trattava soltanto di un travestimento per Halloween di quando era bambino. Il ragazzino ha già una situazione difficile alle spalle: è affidato dalle 7 alle 19 ad una comunità diurna, i cui responsabili avrebbero notato delle “anomalie” nel suo comportamento. Hanno quindi avvisato i servizi sociali e inviato una relazione al tribunale per spiegare il tutto.
La decisione definitiva è attesa per la prossima settimana, in cui i genitori verranno convocati. La delicata vicenda, tanto più in un’epoca in cui si parla di omofobia, non può che far discutere.

Donne

Sacagawea, indiana del popolo Shoshone, simbolo femminista statunitense all’inizio del XX secolo

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di Alessandra Boga

Il 20 dicembre 1812 muore ad Omaha, nello Stato americano del Nebraska, Sacagawea, donna nativa americana nata nel 1788 a Salmon (Idaho), nella tribù degli Agaidika (“mangiatori di salmoni”) del popolo degli Shoshoni. Simbolo di emancipazione femminile per il National American Woman Suffrage Association (NAWSA), famosa associazione suffragista americana che ebbe tra le leader Alice Paul e Lucy Burna e le dedicò numerose statue e targhe.

A 12 anni la giovane venne rapita durante una battaglia da una tribù nemica, quella degli Hidatsa, e venne portata in Dakota del Nord, dove l’anno successivo sposò un commerciante di pelli francese, Toussaint Charbonneau, che aveva già un’altra moglie nativa americana: Otter Woman. Le avrebbe comprate entrambe oppure avrebbe vinto Sacagawea al gioco.

Il “marito”, da cui le ragazzina era nel frattempo rimasta incinta, tra il 1804 e il 1805 venne ingaggiato come traduttore da due noti esploratori virginiani, Meriwether Lewis e William Clark, che diedero il nome ad un’esplorazione che condussero in America nord-occidentale. Sacagawea fu ingaggiata per aiutarli nella comprensione della sua lingua, trattare con la sua gente e condurre la loro impresa. Lewis e Clark apprezzarono talmente la collaborazione della giovane, che chiamarono con il suo nome il fiume Missouri, dopo che lei era riuscita a recuperare un loro diario ed altri documenti che erano finiti in acqua.
Dopo la spedizione, Sacagawea e Charbonneau accettarono l’invito di Clark a stabilirsi con lui a Saint Louis e loro gli affidarono l’istruzione del primogenito Jean-Baptiste, che era nato nel forte Mandan, costruito da lui e da Lewis. Secondo la testimonianza di un reverendo, Scagawea morì di febbre attorno ai 25 anni, lasciando la secondogenita Lisette.

sacagawea-statue-bismarck-nd-2004Sono poche le notizie riguardanti la giovane e anche questo contribuì a crearne mito e successive leggende che  la riguardavano, come quella secondo cui ella lasciò il marito per tornare nella sua terra, della quale secondo una testimonianza sentiva effettivamente molta nostalgia. A lei fu dedicato un monumento nel 1963 nella riserva indiana di Wind River nel Wyoming, dove il 9 aprile 1884 morì una donna Shoshoni di nome Porivo (donna-capo), che secondo il reverendo che celebrò il funerale, sarebbe stata la stessa Sacagawea.

Quest’ultima in base delle dicerie avrebbe avuto relazioni sentimentali con Lewis e Clark, ma non c’è affatto conferma. E’ certo comunque che a Clark la legò particolare affetto e spesso gli faceva dei favori.

Sulla storia della protagonista di questo articolo vennero scritti anche alcuni romanzi e girato un film western intitolato “I due capitani” (1955), che parlava delle avventure di Lewis e Clark, interpretato da Charlton Heston, Sacajawea da Donna Reed e Lewis da Fred MacMurray.

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