Marcia delle Donne contro Trump: le osservazioni di due intellettuali musulmane femministe

di Alessandra Boga

Tra le manifestazioni di protesta che si sono avute contro il nuovo presidente americano Donald Trump, la grande “Marcia delle Donne” tenutasi negli USA è stata sicuramente quella che ha avuto più eco. Trump non si è presentato come amico delle donne durante la sua campagna elettorale, pronunciando frasi sessiste e anche contro l’aborto: potrebbe avere perplessità sulla sua decisione di bloccare i fondi alle ONG che si occupano di cooperazione internazionale nell’ambito della contraccezione, visto che essa può essere utile non solo ad impedire gravidanze indesiderate (e quindi eventuali aborti) ma anche la trasmissione dell’HIV.
VeloTrumpTuttavia la Marcia delle Donne è stata di per sè una legittima manifestazione di protesta contro un presidente non gradito – benché ormai vincitore.

Occorre fare qualche considerazione. Prima di tutto sul fatto che su un cartellone mostrato dalle manifestanti tra cui numerose star dello spettacolo, ci fosse l’immagine di una donna velata con i colori della bandiera a stelle e strisce, per indicare che anche i musulmani sono i benvenuti in America (ricordava diverse musulmane che protestavano contro il divieto del velo nei luoghi pubblici in Francia).

In effetti ci sono donne musulmane che in America possono e potrebbero davvero trovare un Nuovo Mondo e il blocco imposto da Trump a una parte dell’immigrazione islamica – ma guarda caso non a Paesi estremisti come l’Arabia Saudita e il Qatar – le ostacolerebbe; inoltre chi può dire con assoluta certezza, che una donna convintamente velata non possa sentirsi parte dell’America come di un qualsiasi Paese occidentale? Tuttavia è certo che gli integralisti islamici, uomini e donne, strumentalizzino la nostra libertà di vestirci come ci pare, per imporre ciò che per loro è un obbligo religioso. Inoltre, chi dice che le donne musulmane portino sempre e comunque il velo?

La posizione di Elham Manea intellettuale musulmana laica – Elham Manea liberale svizzera di origine yemenita, sostenitrice dei diritti delle donne e “della marcia fin dall’inizio”, ha scritto un articolo in inglese su Hufftington Post intitolato “Marcia delle Donne: “ Perché usare il foulard (il velo) come simbolo per l’islam?”, affermando di essersi “allarmata”, quando ha visto che veniva usata anche l’immagine di una donna velata per la campagna. Infatti, ha sottolineato, “il foulard (il velo) è un simbolo controverso. Se state lavorando in difesa dei diritti delle donne, dovreste saperlo fin da subito. Alcuni lo considerano un simbolo religioso; altri lo vedono come uno strumento di controllo patriarcale e di oppressione; e altri ancora lo considerano un simbolo della marcia dell’Islam politico.
Quando si tratta di indossare il foulard (velo), alcune donne lo indossano perché credono veramente che sia parte della loro fede. Altre, d’altra parte, sono costrette ad indossarlo ed esse sono molte. Quelle che insistono a non indossarlo affrontano punizioni fisiche e fisiologiche da parte della loro famiglia e della loro comunità.
Data la complessità del foulard (velo) e di ciò che rappresenta, il vostro sceglierlo come simbolo per la religione islamica e la minoranza islamica, è stato malconsigliato. Perché scegliere un simbolo considerato uno strumento di oppressione per molte donne in diverse parti del mondo, come simbolo di una religione ricca e diversificata come l’islam? Non è solo sbagliato, è un insulto a tutte queste donne, che lo devono indossare e portano cicatrici psicologiche di tale imposizione.
Io continuo a sostenere le richieste della vostra marcia, ma vi esorto a scegliere il vostro poster attentamente”.

La femminista musulmana Asra Q. Nomani – Un’altra intellettuale musulmana femminista, Asra Q. Nomani, giornalista e saggista indiana naturalizzata statunitense, ha addirittura votato per Trump e non è andata alla Marcia perché non si sentiva benvenuta. Non solo: in un articolo sulla versione online del New York Times ha affermato che la manifestazione definita “spontanea” e “apolitica” dai sostenitori di Hillary Clinton, non lo era affatto; anzi, nonostante lo neghi, l’Open Society Foundations del miliardario George Soros, uno dei principali finanziatori dell’ex candidata democratica e femminista, la cui campagna elettorale è stata sostenuta economicamente anche dall’Arabia Saudita – uno dei Paesi peggiori al mondo se non il peggiore per quanto riguarda la condizione della donna –, avrebbe legami con oltre 50 organizzazioni che hanno aderito alla “Marcia delle Donne” – leggi “Marcia delle Donne anti – Trump”, come ha osservato Asra Nomani –. Ahinoi, tra queste organizzazioni c’è anche il Council on American-Islamic Relations (CAIR), “che non solo ha deviato sulle questioni dell’estremismo islamico post 9/11, ma si oppone alle riforme musulmane che permetterebbero alle donne di fare da guida nelle preghiere, di pregare davanti nelle moschee a fianco degli uomini, senza indossare il velo come simbolo di castità”.

Linda Sarsour

Linda Sarsour

I partner di Soros, continua la Nomani, includono la Arab-American Association of New York, la cui direttrice esecutiva, Linda Sarsour, americana di origine palestinese, era co-presidente, una delle organizzatrici della “Marcia delle Donne”. Asra Nomani la conosce bene, perché ha avuto occasione di lavorare con lei ad un articolo. Ebbene, quando lei ha sostenuto che una donna musulmana non debba indossare il velo come simbolo di modestia, la Sarsour l’ha attaccata.
Quest’ultima ha inoltre espresso in altre occasioni il proprio sostegno a Hamas, a Hezbollah e alcuni suoi familiari ed amici stanno scontando condanne nelle carceri israeliane per reclutamento di terroristi contro Israele. Come se non bastasse, quella che è stata una delle organizzatrici della “Marcia delle Donne” ha espresso il proprio sostegno nei confronti della sharia, la legge islamica. Il ritratto della perfetta “sorella musulmana”, insomma, e anche il CAIR è legato alla Fratellanza.

Insomma non sono esattamente degli esempi di sostenitori dei diritti delle donne.

 

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